C'era un fuoco dentro di me, una passione che con gli anni si è smorzata, come ali tagliate ad angeli caduti. L'illusione dà grande forza fino a quando non si scioglie di fronte alla verità, e negli ultimi giorni il buio ha ceduto il passo alla luce della consapevolezza. Parlo a voi, che riuscite a capire cosa vuol dire aver visto la propria vita crollare come un castello di carte, che avete visto il concretizzarsi di un destino duro come il granito, che siete venuti a patti con il vostro potere, che siete stati costretti ad essere consapevoli che tutto cambia, senza che l'uomo si possa opporre. Ma qualsiasi cosa abbiate scoperto su voi stessi, a me è andata decisamente peggio.
Loro sono venuti a trovarmi, e non è stato bello, inizialmente.
Sono settimane che parlano, che mi spiegano, che regalano la loro coscienza a me, che in realtà non sono nessuno. Mi hanno spiegato che non possiedo un'anima, che il mio corpo è solo un involucro senza vita, un semplice ricettacolo per vite vissute da altri. Tutto ciò che ho costruito è stata una immensa illusione, il mio lavoro, la mia famiglia, i miei amici... Tutti i miei successi, i miei amori perduti e guadagnati, i miei sbagli, le mie passioni, le mie delusioni, gli avvenimenti che hanno permeato e scadenzato gli anni passati, tutto ciò è stata una immensa beffa del destino, vissuta da spiriti con i propri obiettivi da perseguire, e che per essi mi hanno usato. Il segno mi ha donato la consapevolezza e la capacità di controllare queste anime, usandone la loro energia per conoscere l'inconoscibile.
Ho visto ombre di donne e di uomini che, con vera compassione, hanno cercato di mostrarmi affetto per ciò che avevo fatto, mostrandomi i risultati delle mie azioni. La vittima dello stupro e dell'omicidio che avevo vendicato la prima volta che il mio potere si era manifestato, un rapinatore che aveva ucciso la vittima del furto, pentitosi negli ultimi istanti della sua morte a causa del mio tocco, il bambino, Luca, che alla fine aveva perdonato i suoi genitori e aveva preferito donargli la speranza, piuttosto che la morte. Ma anche altri, dei quali non ero stato consapevole negli ultimi due mesi, mostri che passano accanto all'umanità, indisturbati ed invisibili, ma riconoscibili dal mio potere. Alla fine, quando il mio cuore aveva perso molti battiti e ciò che restava del mio corpo avrebbe desiderato solo la pace, ieri sera è arrivata l'ultima presenza: non riuscivo a distinguerla, la luce che illuminava gli altri spiriti e che riuscivo a percepire era solo una pallida copia rispetto ad essa e il suo calore non mi infastidiva, anzi mi riempiva, prendendo il posto del vuoto che c'era al posto della mia anima. La udii parlare, ma ad un livello più elevato. “E' arrivato il momento del mio dono...”. “Quale?”, chiesi. “Ciò che non hai, io posso dartelo. Avrai un'anima, con la quale potrai ricominciare da capo, e se vorrai, con essa avrai un maggiore controllo del tuo potere. Potrai usarlo con coscienza, accedendo alle energie spirituali del mondo inconoscibile degli spettri, ma in cambio sarai l'agente di un ordine del quale il mondo materiale non dovrà mai sapere. Sarai il passaggio per i fantasmi senza pace, la loro forza ti darà modo di cambiare il destino degli uomini e in cambio ti concederò la vita che non hai mai vissuto, della quale ti sei sempre illuso. Accetti il patto?”. La risposta era scontata.
Adesso sono davvero cosciente, adesso avverto tutto ciò che mi circonda, adesso possiedo un mezzo per cambiare il mondo, la facoltà di essere veramente un passaggio fra questo ed un altro mondo.
Adesso e per sempre io sono “La Soglia”.
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lunedì 28 aprile 2014
lunedì 7 aprile 2014
Il Segreto Negato
Nel rileggere i post precedenti, mi vedo costretto a riflettere in modo critico e cosciente sul caos che è stata la mia vita nell'ultimo mese. Ho avuto a lungo paura di non riuscire a capire, di non potere controllare il cambiamento che il segno ha portato con sé, di non essere più padrone di me stesso. Questa notte ha portato finalmente la fine dell'angoscia e il senso degli ultimi avvenimenti.
Ho abitato le loro vite per più di tre settimane, costretto ad essere un voyeur cosmico, scelto da un'entità alla ricerca di vendetta. E' una strana sensazione studiarli mentre si confrontano con il loro lutto, esamino i loro occhi alla ricerca di una pallida ombra di disperazione, cerco il pentimento riflesso anche in una singola lacrima, vorrei credere che la perdita subita serva a guadagnare due anime in contraccambio. Ma la verità è che guardando nell'abisso del loro qualunquismo, anch'esso mi guarda, deridendomi. Il risveglio mattutino, il caffè, il bacio prima di uscire: a volte lui le dà un passaggio fino alla scuola dove lei lavora, in segreteria; poi raggiunge i suoi colleghi al bar, un altro caffè, quattro battute, sorrisi dispensati come biglietti da dieci euro in un casinò. Al ritorno a casa, una cena serena, un film, lui che si addormenta sul divano, lei che finisce di sparecchiare. Poi a letto (hanno fatto l'amore sei volte in tutto, decisamente al di sotto della media nazionale, ma al di sopra del normale per due genitori che hanno perso per sempre il loro unico figlio a seguito di un presunto incidente domestico).
Accanto a me, Luca li guarda senza parlare, pulendosi ogni tanto il sangue che continua ininterrottamente a scendere dalla ferita fra i corti capelli ramati, pensando all'inutilità della sua morte, a come tutte le morti siano inutili, specie quelle provocate: e aspettando che io sia pronto. E' inquietante la sua presenza accanto a me, in qualunque momento della giornata e ogni tanto penso che così doveva sentirsi il bambino protagonista del film “Il Sesto Senso”. Anche se loro non parlano con me, si limitano a comunicarmi sensazioni, con forza.
Era da un po' che riflettevo su cosa fare, ma stasera ho preso il coraggio a quattro mani e ho suonato il campanello. Mi ha aperto lui, il padre. “Desidera?”. Il mio cuore ha perso un paio di battiti: “Il padre di Luca?”. Era stupito, non poteva conoscermi, e sono convinto che questo lo rendesse confuso e preoccupato.
“Sì. E lei, chi è?”. La donna è uscita dalla cucina ed è venuta vicino al compagno, stringendosi alle sue spalle.
“Conoscevo Luca. Le porto un messaggio, da parte sua”. Senza nemmeno attendere una reazione, tocco le loro mani, e la scossa che mi attraversa è ancora più forte di quanto mi aspettassi. Un grido di accusa esce dalle mie labbra, mescolato alle pene di un'anima lontana dalla luce, pura energia che avvolge i due amanti assassini, colpevoli di aver posto fine all'innocenza di un bambino, libero da sovrastrutture e falsità, desideroso solo di essere amato dai propri genitori.
Alla fine, i loro occhi sono pozze di petrolio affacciate sul nulla, i loro spiriti costretti a confrontarsi con un peccato più grande. Vorrei condannarli, e in fondo al cuore spero che abbiano il coraggio di tagliare il filo che li lega al mio mondo. Eppure non lo faccio, agisco con spontaneità, toccando di nuovo le loro anime, e trasmettendogli, adesso, un sentimento diverso: compassione, perdono, speranza. L'oscurità è andata via, sta a loro scegliere di essere diversi. Io mi allontano, avendo finalmente compreso il senso del mio potere, in cosa consista veramente, scoprendo quale sia il segreto che fin'ora non ho mai avuto il coraggio di accettare: che il mio corpo è solo un involucro vuoto, privo di vita autonoma, che ora e per sempre io sono soltanto “La Soglia”.
Ho abitato le loro vite per più di tre settimane, costretto ad essere un voyeur cosmico, scelto da un'entità alla ricerca di vendetta. E' una strana sensazione studiarli mentre si confrontano con il loro lutto, esamino i loro occhi alla ricerca di una pallida ombra di disperazione, cerco il pentimento riflesso anche in una singola lacrima, vorrei credere che la perdita subita serva a guadagnare due anime in contraccambio. Ma la verità è che guardando nell'abisso del loro qualunquismo, anch'esso mi guarda, deridendomi. Il risveglio mattutino, il caffè, il bacio prima di uscire: a volte lui le dà un passaggio fino alla scuola dove lei lavora, in segreteria; poi raggiunge i suoi colleghi al bar, un altro caffè, quattro battute, sorrisi dispensati come biglietti da dieci euro in un casinò. Al ritorno a casa, una cena serena, un film, lui che si addormenta sul divano, lei che finisce di sparecchiare. Poi a letto (hanno fatto l'amore sei volte in tutto, decisamente al di sotto della media nazionale, ma al di sopra del normale per due genitori che hanno perso per sempre il loro unico figlio a seguito di un presunto incidente domestico).
Accanto a me, Luca li guarda senza parlare, pulendosi ogni tanto il sangue che continua ininterrottamente a scendere dalla ferita fra i corti capelli ramati, pensando all'inutilità della sua morte, a come tutte le morti siano inutili, specie quelle provocate: e aspettando che io sia pronto. E' inquietante la sua presenza accanto a me, in qualunque momento della giornata e ogni tanto penso che così doveva sentirsi il bambino protagonista del film “Il Sesto Senso”. Anche se loro non parlano con me, si limitano a comunicarmi sensazioni, con forza.
Era da un po' che riflettevo su cosa fare, ma stasera ho preso il coraggio a quattro mani e ho suonato il campanello. Mi ha aperto lui, il padre. “Desidera?”. Il mio cuore ha perso un paio di battiti: “Il padre di Luca?”. Era stupito, non poteva conoscermi, e sono convinto che questo lo rendesse confuso e preoccupato.
“Sì. E lei, chi è?”. La donna è uscita dalla cucina ed è venuta vicino al compagno, stringendosi alle sue spalle.
“Conoscevo Luca. Le porto un messaggio, da parte sua”. Senza nemmeno attendere una reazione, tocco le loro mani, e la scossa che mi attraversa è ancora più forte di quanto mi aspettassi. Un grido di accusa esce dalle mie labbra, mescolato alle pene di un'anima lontana dalla luce, pura energia che avvolge i due amanti assassini, colpevoli di aver posto fine all'innocenza di un bambino, libero da sovrastrutture e falsità, desideroso solo di essere amato dai propri genitori.
Alla fine, i loro occhi sono pozze di petrolio affacciate sul nulla, i loro spiriti costretti a confrontarsi con un peccato più grande. Vorrei condannarli, e in fondo al cuore spero che abbiano il coraggio di tagliare il filo che li lega al mio mondo. Eppure non lo faccio, agisco con spontaneità, toccando di nuovo le loro anime, e trasmettendogli, adesso, un sentimento diverso: compassione, perdono, speranza. L'oscurità è andata via, sta a loro scegliere di essere diversi. Io mi allontano, avendo finalmente compreso il senso del mio potere, in cosa consista veramente, scoprendo quale sia il segreto che fin'ora non ho mai avuto il coraggio di accettare: che il mio corpo è solo un involucro vuoto, privo di vita autonoma, che ora e per sempre io sono soltanto “La Soglia”.
mercoledì 26 marzo 2014
La Luce dei Defunti
Sono molto più emozionato, che spaventato. Ho passato gli ultimi giorni a sperimentare i miei poteri, e oggi sto provando qualcosa di completamente nuovo. Sembra che sia diventato una sorta di trasmettitore per le anime dei morti.
Computer e webcam accesi, riprendo ogni cosa, in una sorta di folle diario, senza sapere se avrò mai voglia di mostrarlo a qualcuno. Prima inizio con i qualcosa di facile, nonni, zii... Niente. Poi un amico, morto a causa di un incidente d'auto, qualche anno prima. Appare di fronte a me, guardandomi con aria di rimprovero. Chi viene da me sembra voglia farlo per un motivo.
Mi concentro su una porta che si apre, come il nome che mi sono scelto, e aspetto. Di lì a breve vedo un volto, un bambino. Avrà circa sette anni, i capelli neri, lo sguardo spaventato. Le mani gli tremano. Gli dico di non andarsene, di avvicinarsi e dirmi cosa vuole. Apro gli occhi e sono di nuovo nella stanza, con la luce azzurrina del portatile che illumina entrambi. Tendo la mano verso quell'anima e al momento del contatto vedo una grande casa. Sono ai piedi delle scale e osservo un uomo scenderle con passo lento e soddisfatto. La mano destra è sporca di sangue, sulle nocche, ma lui non sembra preoccuparsene. Non mi vede, anzi, mi passa attraverso, come se il fantasma fossi io. Il bambino è accanto a me, adesso sento chiaramente la sua voce nella mia testa: “Lo fa da sempre...”. “Cosa?”, chiedo, ma so che è una domanda retorica. “Quello che pensi. Va avanti da quando avevo 4 anni. Non riuscivo a credere che mio padre potesse fare una cosa del genere... I padri dovrebbero voler bene ai figli, non è vero?”. La domanda resta sospesa nell'aria, e io non so cosa rispondere. Qualunque cosa sarebbe sciocca a dirsi. “Dov'è tua madre”, invece gli chiedo. “Lei non c'è mai, quando succede. Ho provato a dirglielo, ma lei mi ha detto di smetterla di dire bugie, che le ferite sul viso, sulla schiena, sulle gambe, me le procuro da solo. Perchè sono geloso che lei abbia trovato un uomo così disponibile ad occuparsi di una ragazza madre, senza chiedere niente in cambio. Cerco di metterla contro di lui, perchè sono egoista... Mi urla contro ed io piango”. “Cosa vuoi da me?”, gli chiedo. “Voglio darti qualcosa... Questo”, e apre la mano. Vedo una luce brillare come il sole, e ripenso ad un vecchio libro, letto parecchi anni prima. “La luce dei defunti”, diceva l'autore. Ma a me sembra qualcosa di differente, è ipnotica, possiede una energia che non riesco a spiegare. E' il suo dono, mi dice quasi implorante. Fatico a tenerla, mi fa paura, eppure non riesco a fare a meno di sentire il suo canto. “Sembra la voce di Dio”, dico con un fil di voce, e la scena cambia quasi subitaneamente. Il mio studio, ancora il mio computer con la telecamera che riprende, mentre adesso quella luce irradia tutto il mio corpo e sembra urlarmi tutto il dolore che quell'anima ha provato in quegli anni, le ossa spezzate, le labbra livide... Nessuno che lo abbia mai ascoltato, nessuno che ne abbia avuto pietà.
Non riesco a fare a meno di piangere, e fra le lacrime, l'occhio cade su un articolo di giornale, un trafiletto, una storia, minuscola come il suo protagonista: “Muore cadendo dalle scale. Si chiama Luca il piccolo che inavvertitamente, ieri notte è precipitato dalle scale, mentre scendeva in cucina per bere un bicchiere d'acqua. I genitori lo hanno ritrovato il giorno dopo, con il collo spezzato ed il volto tumefatto. Al momento la polizia ritiene che si tratti di un incidente domestico”.
La polizia ha ragione, bisogna cercare la soluzione più semplice. La legge deve pensare ai vivi, non può risolvere i problemi dei morti. Quello spetta a me. Leggo l'indirizzo, guardo le foto sul giornale. Devo controllare, studierò le mie prede, non lascerò nulla al caso. E fra qualche giorno saprete cosa ho deciso: saprete quanto oltre “La Soglia” sceglierò di spingermi.
Computer e webcam accesi, riprendo ogni cosa, in una sorta di folle diario, senza sapere se avrò mai voglia di mostrarlo a qualcuno. Prima inizio con i qualcosa di facile, nonni, zii... Niente. Poi un amico, morto a causa di un incidente d'auto, qualche anno prima. Appare di fronte a me, guardandomi con aria di rimprovero. Chi viene da me sembra voglia farlo per un motivo.
Mi concentro su una porta che si apre, come il nome che mi sono scelto, e aspetto. Di lì a breve vedo un volto, un bambino. Avrà circa sette anni, i capelli neri, lo sguardo spaventato. Le mani gli tremano. Gli dico di non andarsene, di avvicinarsi e dirmi cosa vuole. Apro gli occhi e sono di nuovo nella stanza, con la luce azzurrina del portatile che illumina entrambi. Tendo la mano verso quell'anima e al momento del contatto vedo una grande casa. Sono ai piedi delle scale e osservo un uomo scenderle con passo lento e soddisfatto. La mano destra è sporca di sangue, sulle nocche, ma lui non sembra preoccuparsene. Non mi vede, anzi, mi passa attraverso, come se il fantasma fossi io. Il bambino è accanto a me, adesso sento chiaramente la sua voce nella mia testa: “Lo fa da sempre...”. “Cosa?”, chiedo, ma so che è una domanda retorica. “Quello che pensi. Va avanti da quando avevo 4 anni. Non riuscivo a credere che mio padre potesse fare una cosa del genere... I padri dovrebbero voler bene ai figli, non è vero?”. La domanda resta sospesa nell'aria, e io non so cosa rispondere. Qualunque cosa sarebbe sciocca a dirsi. “Dov'è tua madre”, invece gli chiedo. “Lei non c'è mai, quando succede. Ho provato a dirglielo, ma lei mi ha detto di smetterla di dire bugie, che le ferite sul viso, sulla schiena, sulle gambe, me le procuro da solo. Perchè sono geloso che lei abbia trovato un uomo così disponibile ad occuparsi di una ragazza madre, senza chiedere niente in cambio. Cerco di metterla contro di lui, perchè sono egoista... Mi urla contro ed io piango”. “Cosa vuoi da me?”, gli chiedo. “Voglio darti qualcosa... Questo”, e apre la mano. Vedo una luce brillare come il sole, e ripenso ad un vecchio libro, letto parecchi anni prima. “La luce dei defunti”, diceva l'autore. Ma a me sembra qualcosa di differente, è ipnotica, possiede una energia che non riesco a spiegare. E' il suo dono, mi dice quasi implorante. Fatico a tenerla, mi fa paura, eppure non riesco a fare a meno di sentire il suo canto. “Sembra la voce di Dio”, dico con un fil di voce, e la scena cambia quasi subitaneamente. Il mio studio, ancora il mio computer con la telecamera che riprende, mentre adesso quella luce irradia tutto il mio corpo e sembra urlarmi tutto il dolore che quell'anima ha provato in quegli anni, le ossa spezzate, le labbra livide... Nessuno che lo abbia mai ascoltato, nessuno che ne abbia avuto pietà.
Non riesco a fare a meno di piangere, e fra le lacrime, l'occhio cade su un articolo di giornale, un trafiletto, una storia, minuscola come il suo protagonista: “Muore cadendo dalle scale. Si chiama Luca il piccolo che inavvertitamente, ieri notte è precipitato dalle scale, mentre scendeva in cucina per bere un bicchiere d'acqua. I genitori lo hanno ritrovato il giorno dopo, con il collo spezzato ed il volto tumefatto. Al momento la polizia ritiene che si tratti di un incidente domestico”.
La polizia ha ragione, bisogna cercare la soluzione più semplice. La legge deve pensare ai vivi, non può risolvere i problemi dei morti. Quello spetta a me. Leggo l'indirizzo, guardo le foto sul giornale. Devo controllare, studierò le mie prede, non lascerò nulla al caso. E fra qualche giorno saprete cosa ho deciso: saprete quanto oltre “La Soglia” sceglierò di spingermi.
lunedì 3 marzo 2014
La Bilancia dell'Ingiustizia
Il puzzo della polvere da sparo ferisce ancora le mie narici, anche se già da un paio di minuti ho lasciato l'ingiusta aula di tribunale, ospite nel dotto angusto palazzo dei senza legge. Il simbolo dietro il collo continua a prudere, ma forse è soltanto una sensazione. Anche se è comparso solo stamane, sembra essere parte di me come una voglia disegnata da un folle pittore il giorno dell'Apocalisse, dopo aver contemplato le fosse ardenti dell'Inferno. Forse i colori sono frutto delle ceneri vive e dei sudori caldi di quelle fornaci, mescolate alle lacrime di sofferenze indicibili.
La città di Messina non è certo Gotham City. Non ha architetture gotiche, nè tecnologia frutto di una sviluppata era industriale. I cittadini vagano come morti viventi, lasciando orme strascicate e pesanti sulla carne marciscente sviluppatasi da quell'irrazionale intrigo di arterie che sono le sue strade, un tempo libere, adesso mostruosamente impedite dal gusto decadente di ladri in giacca e cravatta, vampiri moderni il cui unico fine è assaporarne il vermiglio succo della sua ormai tragica esistenza. Non ci sono eroi, nella mia città. Solo vittime. Almeno fino ad ora.
Ho sempre pensato che fare l'avvocato fosse l'unica risposta all'urlato desiderio di cambiamento, agendo dall'interno, come una singola cellula impazzita che riesce a contaminare l'oscurità che si nasconde dietro norme di convenienza, su cui glissare a proprio piacimento. Accanto a me, c'è il mio cliente, accusato di stupro ed omicidio. Ha l'arroganza di chi sente di essere intoccabile. Nessuna prova contro di lui, un giudice affetto da delirio di onnipotenza, testardo e presuntuoso, desiderio inespresso di qualunque mio collega, nella mia situazione. Sorride, seduto al mio fianco, cercando in me, il suo avvocato difensore, appoggio e comprensione, quasi un Messia crocifisso sull'altare della follia umana. Rabbrividisco, quando la ragazza, la vittima, con il petto squarciato e ancora sanguinante mi tocca la mano, emettendo muti lamenti, senza potersi alzare ed urlare l'odio contro il suo carnefice. Muove le labbra, chiedendo nel silenzio di essere io la sua voce. Sento il simbolo bruciare come un tizzone e nel momento in cui l'uomo mi tocca la spalla, il mio potere agisce da catalizzatore: tutto il dolore passa da quell'anima angosciata attraverso me e raggiunge il suo assassino. Lui si contorce, stringe gli occhi e i denti e si alza di scatto. Ho l'impressione di assistere ad una blasfema trasfigurazione, l'assurda consapevolezza che quell'attimo rappresenta la fine del fogli, oltre cui non potrà mai più scrivere. Non ho neanche il tempo di fermarlo, mentre lui afferra la pistola del carabiniere accanto a lui, la punta alle proprie tempie e preme il grilletto. Poi il sangue, e il silenzio. Suo è stato il dito che ha posto fine alla sua esistenza, ma guardandolo so che il vero responsabile sono io, il mio potere ha fatto giustizia più di qualunque tribunale.
Vedo lo spettro finalmente sereno, sazio di vendetta. Espiro, liberando l'aria da troppo rinchiusa dentro me, e abbandonando, nel contempo, anche le mie folli ed illogiche sovrastrutture: ora so che un uomo può fare la differenza. Giustizia è fatta. Sorrido mentre lascio l'aula insieme al resto del pubblico, accompagnato dai carabinieri, pensando ai poteri che col tempo e l'esperienza cresceranno per forza e controllo. Ho solo socchiuso una porta e chissà quale mondo troverò una volta che l'avrò aperta del tutto. Faccio un passo e mi spingo oltre “La soglia”.
La città di Messina non è certo Gotham City. Non ha architetture gotiche, nè tecnologia frutto di una sviluppata era industriale. I cittadini vagano come morti viventi, lasciando orme strascicate e pesanti sulla carne marciscente sviluppatasi da quell'irrazionale intrigo di arterie che sono le sue strade, un tempo libere, adesso mostruosamente impedite dal gusto decadente di ladri in giacca e cravatta, vampiri moderni il cui unico fine è assaporarne il vermiglio succo della sua ormai tragica esistenza. Non ci sono eroi, nella mia città. Solo vittime. Almeno fino ad ora.
Ho sempre pensato che fare l'avvocato fosse l'unica risposta all'urlato desiderio di cambiamento, agendo dall'interno, come una singola cellula impazzita che riesce a contaminare l'oscurità che si nasconde dietro norme di convenienza, su cui glissare a proprio piacimento. Accanto a me, c'è il mio cliente, accusato di stupro ed omicidio. Ha l'arroganza di chi sente di essere intoccabile. Nessuna prova contro di lui, un giudice affetto da delirio di onnipotenza, testardo e presuntuoso, desiderio inespresso di qualunque mio collega, nella mia situazione. Sorride, seduto al mio fianco, cercando in me, il suo avvocato difensore, appoggio e comprensione, quasi un Messia crocifisso sull'altare della follia umana. Rabbrividisco, quando la ragazza, la vittima, con il petto squarciato e ancora sanguinante mi tocca la mano, emettendo muti lamenti, senza potersi alzare ed urlare l'odio contro il suo carnefice. Muove le labbra, chiedendo nel silenzio di essere io la sua voce. Sento il simbolo bruciare come un tizzone e nel momento in cui l'uomo mi tocca la spalla, il mio potere agisce da catalizzatore: tutto il dolore passa da quell'anima angosciata attraverso me e raggiunge il suo assassino. Lui si contorce, stringe gli occhi e i denti e si alza di scatto. Ho l'impressione di assistere ad una blasfema trasfigurazione, l'assurda consapevolezza che quell'attimo rappresenta la fine del fogli, oltre cui non potrà mai più scrivere. Non ho neanche il tempo di fermarlo, mentre lui afferra la pistola del carabiniere accanto a lui, la punta alle proprie tempie e preme il grilletto. Poi il sangue, e il silenzio. Suo è stato il dito che ha posto fine alla sua esistenza, ma guardandolo so che il vero responsabile sono io, il mio potere ha fatto giustizia più di qualunque tribunale.
Vedo lo spettro finalmente sereno, sazio di vendetta. Espiro, liberando l'aria da troppo rinchiusa dentro me, e abbandonando, nel contempo, anche le mie folli ed illogiche sovrastrutture: ora so che un uomo può fare la differenza. Giustizia è fatta. Sorrido mentre lascio l'aula insieme al resto del pubblico, accompagnato dai carabinieri, pensando ai poteri che col tempo e l'esperienza cresceranno per forza e controllo. Ho solo socchiuso una porta e chissà quale mondo troverò una volta che l'avrò aperta del tutto. Faccio un passo e mi spingo oltre “La soglia”.
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