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mercoledì 30 aprile 2014

Perché?

No, Lazzaro! Cos’hai fatto? Dove sei finito? Alla fine avevo intuito il tuo disagio ma...
Prima Max, ora tu…
Spero solo, amico mio, che questo sia solo un arrivederci, e non un addio.

Perché abbiamo ricevuto questi poteri? Alla fine non hanno portato a niente se non a sconvolgere le nostre vite. Perché ci accade tutto questo? Perché? Ne valeva la pena alla fine?

venerdì 25 aprile 2014

Prevedere le conseguenze (ovvero vola basso, D.E.M.)

Non finirò mai di ringraziare Lazzaro per essere venuto ad aiutarmi a sistemare i miei casini. Dopo essere usciti dall’ospedale ci siamo nascosti in una tavola calda il più lontano possibile, a rimuginare su quanto era successo e sulla nostra vita in generale prima di salutarci. Chissà se ci rivedremo.
Quest’ultima avventura insieme mi ha fatto riflettere molto: inebriato dal mio potere ho perso di vista le cose più importanti, e ho sottovalutato l’impatto che uno come me – anzi, come noi – può avere sul mondo.
Non so cosa ci sia successo, se è tutto parte di qualcosa di più grande o se è casuale, ma ora ho finalmente capito che noi “Segnati”, siamo molto più di esseri umani con superpoteri: siamo delle schegge impazzite, siamo mosche bianche in uno sciame di mosche nere, possiamo essere, allo stesso tempo, quelli che salveranno il mondo o che lo distruggeranno. In ogni caso lo cambieremo. E soltanto per il fatto che esistiamo.
Oggi ho deciso di ricominciare a giocare a scacchi. Non perché fa figo, o perché mi reputo intelligente (la mia ultima avventura dimostra che non lo sono affatto), ma perché gli scacchi sono un gioco che ti costringe a riflettere su ogni singola mossa che fai. Per ogni pezzo che muovi devi essere in grado di prevedere non solo la mossa successiva dell’avversario, ma le sei, sette successive; devi essere in grado di prevedere l’intera partita, perché ogni mossa che farai avrà delle conseguenze.
Devo essere in grado di prevedere le conseguenze. Come se fossi un veggente.
Per questo, d’ora in poi avrò un profilo basso, userò il mio potere solo quando è indispensabile e mai in maniera troppo incisiva. I tizi che hanno preso Max Steel potrebbero arrivare anche a me.
P.S. Da qualche giorno faccio un sogno inquietante: sono in uno stanzone bianco senza porte né finestre e sono circondato da persone. In qualche modo so che siete tutti voi, anche se non vi ho mai visto prima (tranne, ovviamente, Lazzaro). Tutti i “Segnati” riuniti in un solo posto. All’improvviso, una voce proveniente da chissà dove mi fa sobbalzare: «Vi siete esercitati abbastanza.» dice la voce, non riesco a capire se di uomo o di donna «È arrivato il momento di compiere la vostra missione.»

A quel punto mi sveglio. Che vorrà dire questo sogno? Succede solo a me o anche qualcuno di voi ne ha fatto uno simile?

giovedì 10 aprile 2014

Missione di salvataggio parte 2

«Sì, è ancora nella sua stanza.»
«Andiamo!»
Usciti dall’ufficio ci passano accanto due medici con i camici sbottonati che sciamano nel corridoio come fantasmi. Uno di loro getta un’occhiata di sfuggita, è la sola cosa che la sua premura gli consente e quando svoltiamo l’angolo sento D.E.M. che torna a respirare.
«È qui.» Dice la capo-sala: con la propria volontà annientata sembra una marionetta vuota.
Il corridoio si chiude più avanti; dal rettangolo di una finestra vedo una periferia sconosciuta.
Quando afferro la maniglia della stanza, la porta dei bagni lì accanto si apre e ne vengono fuori due carabinieri. Hanno ancora gocce d’acqua sulla faccia, il cappello in mano, gli occhi segnati.

«Non ha funzionato?»
«No. E non so perché.» Siamo sul letto, i vestiti infangati abbandonati in un angolo della stanza, sul tappeto, Zippiri guaisce nel sonno.
«Io… ti credo.» Nel buio sento la mano di Jessica andare in cerca della mia sopra le lenzuola. «Forse se… non lo so è assurdo…»
«Molte cose sono assurde ormai.»
Le mani s’incontrano. Le dita s’intrecciano.
«Il tuo potere ha bisogno di essere migliorato. U-u-usandolo. Esercitandolo.»”

«Scusate! Vorremmo salutare ancora il nostro collega.» Da quanto tempo siamo lì a fissarci?
Faccio un cenno d’assenso a D.E.M. poi dico: «Solo tre minuti poi dobbiamo…» Esito, mi tradisco, non mi viene nulla.
«Cambiare la salma. Sta arrivando la famiglia» dice D.E.M. e io lo ringrazio con uno sguardo. I due sono troppo affondati nel loro dolore per realizzare che a parlare sono stati sue O.S.S. che hanno le mani “sgombere” mentre in mezzo a loro sta la capo-sala come uno straccio dimenticato.
Entriamo. Uno dei carabinieri quasi si getta sul letto e piange, la divisa frusta non salva il suo contegno. L’altro sta in piedi e strizza gli occhi.

Ricordo la corsa tra le lapidi e la luce della torcia che traballa investendo la pioggia. Nella stanza d’ospedale scuoto la testa come per liberarmi dall’acqua sul viso. I carabinieri impiegano il tempo pattuito per il loro lutto e io vedo Jessica seduta sui gradini della chiesa in cimitero; piange e sussulta con le ginocchia strette al petto, le chiavi le sono cadute poco distante.

«Come procediamo?» chiede D.E.M. appena la porta si è chiusa.
«Pensi che lei possa ricordare se vede?»
«Non saprei, credo di no!»
«Falla sedere sull’altro letto, faccia alla finestra. Assicurati che non si volti.»
Mi avvicino al letto, la mia ombra cade sul corpo del morto.
«Siediti qui!» dice D.E.M alla capo-sala e voltandomi un attimo vedo che si piazza davanti a lei per osservare.
Spero di non tradire la sua fiducia, ha funzionato due volte: deve funzionare pure ora.
Fuori uno degli altri due scoppia a piangere senza controllo, mi volto di nuovo e vedo D.E.M in apprensione, il battito del cuore mi cresce nel petto, ho una bara aperta davanti agli occhi, un cane che dorme, una mano sulle lenzuola, Jessica che piange, pioggia che scroscia. Il mio braccio mi catapulta sul letto per afferrare quello del carabiniere. Devo stringere gli occhi mentre il segno s’illumina come crepe aperte sul terreno di un vulcano.
Lo sento passare… “La” sento passare, perché quella è vita che si trasferisce. È come se lo stessi richiamando indietro da un fosso mentre lui mi tira a sé. È un gioco di forza: l’ho capito in quel momento.
Apre gli occhi, butta fuori l’aria dai polmoni. Mi guarda sbattendo le palpebre e in quel momento D.E.M. mi tira via da lì. «Devi dimenticare tutto quello che è successo, non hai mai visto né me, né lui.» Mi indica affinché sia chiaro. Il carabiniere fa di sì con la testa. Disorientato, ma convinto.

Usciamo, quelli di fuori ci notano appena, ma D.E.M. si piazza loro davanti e ripete la frase, quando loro acconsentono a scordarsi di noi, mi guida verso un’uscita secondaria sul lato sud.
«Avranno una bella sorpresa!» Accenno alla folla di giornalisti che si accanisce attorno a un’auto appena arrivata.
D.E.M. mi sorride e io colgo tutto il suo sollievo. Gli poso una mano sulla spalla e sorrido di rimando

lunedì 31 marzo 2014

Missione di salvataggio

Il primo incontro con Lazzaro è stato imbarazzante. È riuscito a mettersi in contatto con me, così sono andato a prenderlo all’aeroporto. A causa della mia paranoia, l’ho costretto a dover imparare una serie di segnali in codice e parole d’ordine, e solo quando siamo arrivati alla mia macchina ci siamo mostrati i nostri rispettivi segni. «Piacere, D.E.M.» faccio io.
«Piacere, Lazzaro.» risponde lui. Ci stringiamo la mano con calore.
Entriamo in auto «Prima di tutto ti ringrazio ancora per aver risposto al mio appello, e ti chiedo mille volte scusa per averti trascinato fin qui a risolvere i miei casini.» dico.
Lui nicchia: «È sempre un piacere aiutare gli altri.»
Ho letto il post che ha mandato prima di partire: vorrei fargli delle domande, chiedergli come sta, chi voleva salvare, ma un senso di pudore mi inibisce. Per fortuna è lui a spezzare il momento di silenzio: «Da quanto hai scritto il carabiniere dovrebbe essere ancora vivo. Lo sai, vero, che il mio potere funziona solo su chi è morto?»
Sospiro. «Lo so, ma non sapevo a che santo votarmi. Hai letto il mio post, sai che casino ho combinato. Sono stato preso dal panico, è un miracolo che non sia svenuto lì. Onestamente non so come ci dovremmo comportare quando entreremo nella sua stanza.»
«Qualcosa ci inventeremo.» risponde lui, cercando di tranquillizzarmi. «Sai dove lo tengono?»
«Per fortuna è qui vicino, in Ancona, all’ospedale regionale. Però c’è un problema.»
«Quale?»
«All’inizio non era stato fatto trapelare nulla, per salvare la sua copertura, ragion per cui ho dovuto usare il mio potere per rintracciarlo. Poi però qualcuno, l’altro giorno, ha parlato e l’ospedale si è riempito di giornalisti.»
«Un bel problema. Cosa pensi di fare, ora?»
Gli spiego il mio piano. Per fortuna, avevo avuto modo di girare l’ospedale andando a fare visita a un conoscente ricoverato, quindi so più o meno come muovermi all’interno.
Finisco la spiegazione. «È abbastanza rischioso.» fa lui.
«Lo so, ma è il meglio che sono riuscito a escogitare. Se hai un’idea migliore sono tutt’orecchi.»
«Non saprei da che parte cominciare.» confessa.
«Siamo d’accordo allora.» rispondo io accendendo la macchina «Propongo di andare subito.»
«Ok.»
Entriamo mescolandoci col flusso continuo di visitatori; per fortuna l’atrio è molto grande e dispersivo. Arriviamo agli ascensori senza problemi, dribblando anche un paio di teleoperatori della RAI che stanno prendendo un caffè da una macchinetta, e ci ritroviamo nel reparto di rianimazione rimanendo praticamente anonimi. Apro la porta antipanico e dò un’occhiata: l’orario di visita è quasi finito, ma ci sono ancora diverse persone oltre il personale ospedaliero. Cerchiamo un bagno. Entriamo e apro la borsa che ho portato con me: dentro ci sono due divise da O.S.S. «Spero che ti stia bene.» faccio a Lazzaro «Mi sono dimenticato di chiederti la taglia.»
«Non fa niente.» risponde lui, e lo ripete anche quando scopriamo che la sua gli sta larga. Usciamo, cercando di rimanere disinvolti e iniziamo a cercare la capo-sala. Giriamo un angolo e a momenti mi viene un colpo. «Che c’è?» chiede Lazzaro. Lo spingo dentro uno sgabuzzino. Poco dopo, un tizio con gli occhiali ci supera senza accorgersi di noi «Quello lo conosco, fa il giornalista.» spiego a Lazzaro «Se mi avesse visto…»
Continuiamo a cercare l’ufficio della capo-sala. Per fortuna la troviamo, ed è anche sola.
«Voi chi siete?» chiede lei. Lazzaro chiude la porta, io invece le ordino: «Portaci dal carabiniere ferito. Se te lo chiedono, rispondi che è solo un controllo di routine.»
«Il carabiniere ferito è morto dieci minuti fa.» risponde meccanicamente la donna «Sono andati a chiamare la famiglia.»
Panico. Lazzaro si piazza davanti a me e chiede alla donna: «È ancora nella sua stanza?»
Lei non risponde. «Chiediglielo tu.» mi fa Lazzaro. Non reagisco. Allora mi strattona «D.E.M.! Svegliati!»
«OK, ti ordino di rispondergli, anzi, d’ora in poi sarà lui a darti ordini.»

Ora è tutto nelle mani del mio socio.

giovedì 20 marzo 2014

Gli errori si pagano

Gli errori si pagano. L’ho capito ieri sera. Sono stato troppo superficiale, arrogante, e solo perché avevo un superpotere.
La verità è che sono un coglione, e qualcuno rischia di morire per questo.
Ricapitolando, nel post precedente avevo detto di essermi liberato per sempre dell’organizzazione criminale che mi pedinava.
Ieri sera ho scoperto che mi sbagliavo: torno da una cena a casa di amici, chiudo la macchina, e all’improvviso vedo le stelle e poi l’oscurità assoluta.
Rinvengo in un capannone vuoto, illuminato da tre riflettori fotoelettrici puntati su di me. Ho un dolore pulsante alla testa e sono seduto su di una scomoda seggiola di plastica con le mani legate dietro la schiena. Attorno ho una dozzina di brutti ceffi. «Buonasera signor XXXXXXXXX.» dice il tizio che ho di fronte a me.
«Ci conosciamo, per caso?» gli chiedo, cercando di sembrare spavaldo.
«É riuscito a mandare a puttane un carico di sei milioni di euro, il mese scorso.» risponde il tizio.
«Mi scusi, deve avermi scambiato con qualcun altro.»
«No.» risponde questi, con il mio cellulare stretto in mano «Ti hanno visto parlare con i nostri uomini prima che la dogana sequestrasse tutta la droga. Abbiamo controllato: non sei uno sbirro, eppure sei riuscito a infiltrarti nella nostra organizzazione. Ora tu ci dirai per chi lavori e come hai fatto.»
Sudo freddo. Non potevo dire la verità, primo perché non mi avrebbero creduto, secondo perché – ipotesi peggiore – avrebbero potuto credermi, e allora vi avrei condannati tutti, Sybil, Max Steel, Portatore di luce, Lazzaro.
«Sono molto convincente.» rispondo da vero idiota.
Un cazzottone allo sterno. Me lo meritavo: porca miseria, non eravamo in un film, ma che credevo di fare? Il tizio mi afferra la faccia e mi ringhia addosso queste parole: «Con chi credi di parlare, eh? Ti faccio un buco in testa e ci piscio dentro hai capito?» Tira fuori una pistola e me la punta in fronte. «Canta, stronzo, chi cazzo sei?»
«D’accordo» rispondo, mentre la vescica mi si riempie. Chiudo gli occhi, mando il cervello in automatico e lascio libera la mia parte oscura, che il Signore mi perdoni. «Ammazzatevi tra di voi, stronzi.» urla un altro me stesso.
Mi butto a terra con tutta la sedia, mentre sopra di me si scatena la mattanza.
Quando tutto finisce ancora mi fischiano le orecchie. L’odore di polvere da sparo impregna l’aria. Apro un occhio e vedo un cadavere a pochi centimetri dalla mia faccia.
Mi rimetto in piedi e constato il massacro: dodici cadaveri sono sparsi attorno a me. Solo tre erano armati di pistola, gli altri stringevano tra le mani coltelli insanguinati e tirapugni. Un riflettore si è rovesciato senza spegnersi, mentre un altro è stato spento da un proiettile vagante.
Con fatica mi libero, rischiando anche di slogarmi un polso, e mi metto la corda in tasca. Inizio a cercare l’uscita quando un colpo di tosse rischia di farmi venire un infarto.
Nella semioscurità uno dei criminali si muove e farfugliava qualcosa. Non so perché mi avvicino. Appena sono abbastanza vicino rischio un secondo infarto: «Brigadiere…» dice.
Una mano gelata mi passa sulla schiena.
«Cosa?» chiedo con voce strozzata all’uomo a terra, con un bel foro nello stomaco. «Sotto copertura…» risponde.
Ripeto la domanda usando il potere della Voce: «Dimmi la verità: sei veramente un carabiniere in missione?»
«Sì.» risponde lui tossendo sangue.
Mi metto le mani tra i capelli. Oddio, che avevo fatto?
Dovevo salvarlo, a ogni costo. Mi riprendo il cellulare, inizio a comporre il numero del  118 ma mi fermo. Prendo un fazzoletto di carta, afferro un cellulare da un cadavere e chiamo i soccorsi con quello, camuffando la voce. Poi scappo di corsa. Non ho mai smesso di piangere nel frattempo.
Stamattina i giornali parlano di un regolamento di conti. Non si fa cenno al carabiniere. Se fosse morto i giornali lo avrebbero riportato subito, quindi è ancora vivo.
Devo salvarlo, ma è un compito che travalica i miei poteri. Ho bisogno di aiuto.

Lazzaro, ti prego, ho bisogno di te, contattami.

giovedì 6 marzo 2014

Un'altra prova vinta

Salve a tutti! In questi giorni sono stato un po’ indaffarato, e non ho potuto partecipare molto. Sono contento nel vedere che la nostra “famiglia” si sia allargata. Più siamo, meglio siamo!
Perdonate questa esplosione di ottimismo, ma sembra che sia riuscito a risolvere il problema che mi angustiava. Se ricordate, nel post precedente avevo scritto del sospetto che mi stessero seguendo, perciò ho deciso di procurarmi più informazioni sui miei pedinatori.
Un giorno, uscendo di casa, individuai un tipo che mi sembrava sospetto e l’attirai in una trappola: mi allontanai a piedi, mi accertai che facesse anche lui la stessa cosa poi, al momento opportuno, mi infilai in un vicolo e aspettai che mi venisse dietro. Lo fece e, prima che potesse reagire, lo attaccai col mio potere: «Chi cazzo sei, e perché mi segui?»
«Mi chiamo XXXXXXX e ho l’ordine di seguirti per scoprire se sei veramente tu quello che da alcune settimane manda a puttane le operazioni dei miei capi.» rispose l’uomo in trance, con un forte accento non delle mie parti.
«E chi sono i tuoi capi?»
«Si chiamano XXXXXXXX, XXXXXX, e XXXXXXXXX.»
«Appartengono a qualche famiglia mafiosa?»
«No,» rispose l’uomo con lo sguardo vitreo «però hanno amicizie potenti e fanno affari con la mafia russa e la ‘ndrangheta.»
«In quanti siete a sorvegliarmi?»
«Cinque.»
Cinque. Era quasi lusinghiero che mi dedicassero tanta attenzione. Lusinghiero e terrificante. Riflettei alcuni istanti «Questa conversazione non è mai avvenuta, chiaro?» gli ordinai. Non se la sarebbe ricordata comunque, ma volevo andare sul sicuro. «Ora girerò l’angolo, e solo allora tornerai come prima. È chiaro?»
«Chiaro.» rispose l’uomo.
Mi allontanai alla svelta. Dopo alcuni minuti lo vidi di nuovo sui miei passi. Mentre facevo alcuni giri a vuoto riflettevo su cosa fare. Non potevo lasciare che continuassero a seguirmi, dovevo togliermeli di dosso, e dovevo farlo in modo da rimanerne il più pulito possibile. Quella sera, a cena, trovai l’idea giusta.
Il giorno dopo individuai un altro di quei pedinatori e tentai lo stesso trucco che avevo usato il giorno prima. Riuscì anche stavolta. Interrogai l’uomo e, alla fine, gli ordinai: «Dì ai tuoi capi che non hai trovato niente su di me. Io non c’entro niente con i vostri problemi.»
«Va bene.» rispose l’uomo, e me ne andai. I giorni successivi feci lo stesso con gli altri – evidentemente si davano il cambio.
In breve, sembra che abbia funzionato. Da qualche giorno non vedo più le solite facce, e non pare che le abbiano sostituite con altre. Sembra proprio che abbia vinto anche questa ennesima sfida, e l’abbia fatto nell’inconfondibile stile “stealth” di D.E.M.!
Penso proprio che stanotte dormirò sonni tranquilli, finalmente.

Alla prossima!

lunedì 17 febbraio 2014

Mi sento osservato...

Mi sa che mi sono fatto scoprire. Non ho le prove certe, ma sono quasi sicuro che sia così. Da quando ho iniziato a lavorare in modo continuativo ho allentato la mia attività di giustiziere occulto, – motivo per cui non ho postato più niente - ma ho frequentato abbastanza i bassifondi da riconoscere dei brutti ceffi quando li vedo, e in questi giorni ne ho incrociati un po’ troppi per i miei gusti.
Non c’entra niente Lombroso, con le sue boiate sulle fronti alte e le labbra carnose. Si tratta più di atteggiamenti, di modi di porsi, del linguaggio del corpo insomma. E da un po’ di giorni, appunto, mi sono accorto che attorno a dove vivo e a dove lavoro c’è una concentrazione di persone dalla faccia assolutamente anonima ma dagli atteggiamenti difficilmente equivocabili.
Sto andando nel panico. Ora come ora mi piacerebbe avere dei poteri aggressivi, come quello che incenerisce le cose a comando o quello che aveva affinità con l’oscurità. Mi tornerebbero veramente comodo. Anche perché temo che possano prendersele con la mia famiglia.

Non so che fare. Aiutatemi!!!

mercoledì 22 gennaio 2014

Non ce la faccio a rilassarmi

È da un po’ che non scrivo su questo blog. Mi ha fatto piacere ritrovare Sybil. Senza di lei non esisterebbe niente di tutto questo, e molti di noi sarebbero rimasti soli a brancolare nel buio. Potremmo dire che questo spazio è una specie di seduta di terapia di gruppo: “Ciao, il mio nome è D.E.M. e sono anche io un “segnato”. J
Scherzi a parte, sono consapevole che le mie azioni potrebbero dare il via a tutta una serie di casini che neanche io potrei risolvere (il famoso “effetto farfalla, giusto?). Forse è anche per questo che il mio livello di stress è aumentato di recente.
La mia attività parallela di giustiziere aiuta in parte a rilassarmi (detto tra noi, se nei prossimi giorni si diffonderà la notizia di un sequestro record di droga in un porto italiano, probabilmente ci sarà il mio zampino dietro. ;-) ), però sembra che per ogni ingiustizia che riesco a raddrizzare me ne compaiano sotto gli occhi altre dieci.
È frustrante.
Dovete sapere che mi sono sempre vantato della mia forza di volontà. Come, per esempio, quando mi sono messo a dieta: sono riuscito a seguire le indicazioni del dietologo senza sgarrare, fino alla fine. Mi ero messo in testa un obbiettivo e neanche le feste di Natale o i pranzi dei matrimoni mi hanno convinto a deviare dal mio percorso. Infatti il complimento principale che mi faceva la gente era proprio quello di non aver ceduto alla tentazione e di aver portato la dieta fino in fondo.
Ma tutto questo è diverso. Più passa il tempo e meno resisto alla voglia di fare qualche dispetto o ripicca  anche a quelli che sono semplicemente maleducati o distratti, che non fanno lo stop agli incroci o fanno i furbi quando sono in coda alle poste. Senza contare che devo pensare alla mia vita privata. Dopo mesi di contratti a tempo determinato non ce l’ho fatta e sono andato in uno dei posti dove avevo lavorato e ho usato la “Voce” per convincerli a riassumermi, ma questa volta in pianta stabile. Inutile dire com’è andata. Ma è da allora che evito di guardarmi allo specchio. Mi vergogno di me stesso. Sarà il mio carattere, ma non riesco a divertirmi come suggerisce Perspicua.
Senza contare quella vocetta sempre più insistente che continua a ronzarmi in testa, e che come il diavoletto dei cartoni animati mi suggerisce che cosa dovrei fare in realtà e su chi usare il mio potere. Soldi, sesso e potere, è questo che ripete anche quando dormo.
A casa non sembra che si siano accorti di niente. Cioè, vedono che sono nervoso - non sono ciechi – ma, per fortuna, non hanno indovinato i veri motivi. Meglio così, perché non userò MAI la Voce sulla mia famiglia. Preferirei ammazzarmi, piuttosto.

In conclusione, stavo pensando di ricorrere allo yoga. Qualcuno di voi sa se mi aiuterebbe?

giovedì 9 gennaio 2014

Meglio con o senza costume?

Meglio con o senza costume?
Meglio senza. È stata questa la conclusione a cui sono arrivato. Certo, se dovessero comparire altri poteri come la super forza o l’invulnerabilità ci potrei anche fare un pensierino, ma con un potere come il mio è meglio agire nell’ombra.
A questo proposito, ho deciso cosa fare del mio potere di controllo mentale: farò il giustiziere.
Il piano è semplice: intanto ho cominciato a fare una lista di delinquenti e figli di buona donna più o meno conosciuti nella mia zona. Usando la mia “abilità”  li interrogherò uno dopo l’altro e mi farò un quadro della situazione poi, se dovessi imbattermi in qualche crimine irrisolto, o addirittura nella preparazione dello stesso, mi basterà ordinare alla mia “vittima” di denunciarsi o di denunciare il collega. Semplice ed efficace. Tanto non si ricorderanno mai di me.
È l’unica maniera accettabile che o trovato per mettere d’accordo le mie due anime: quella che gode nel vedere gli altri trasformati in burattini nelle mie mani e quella più “buonista” che non fa altro che ricordare quel vecchio adagio (da grandi poteri, eccetera eccetera…)
A questo proposito vi informo che il mio odiato vicino (quello che ho trasformato in un rapinatore) è stato preso e condannato e sta scontando i domiciliari. Nel processo gli hanno riconosciuto la seminfermità mentale, visto che non ha saputo spiegare i motivi del suo gesto (come avrebbe potuto? Eh, eh, eh…). La cosa buona è che tutta la famiglia ha abbassato la cresta. Non fanno più gli spavaldi come prima, visto che ora tutto il quartiere li conosce e li giudica. Adesso sono saltati fuori ex vicini e conoscenti che raccontano di come, prima che venissero ad abitare vicino a noi, avessero cambiato casa diverse volte perché finivano sempre per litigare con tutti. “Ma và?” È stata la mia reazione. “Grazie dell’informazione, non me n’ero mai accorto.”
Sì, so che questo episodio è triste e meschino per un aspirante eroe, ma mettiamola in questo modo: il mio è stato solo un esperimento per mettere alla prova la portata dei miei poteri. Come quando a capodanno sono riuscito, con il mio potere, a convincere un buttafuori della discoteca a non “buttare fuori” un mio amico che aveva bevuto troppo. Con una faccia di bronzo che non avevo mai avuto prima (che sia un altro potere?) ho fatto credere ai testimoni della scena di esserci riuscito grazie al mio charme. Per fortuna mi hanno creduto.
Adesso che lo scrivo, mi rendo conto di stare esagerando un po’. Devo iniziare a darmi una regolata: non so se potete capire quanto ti fa sentire potente questo potere, quanto ti fa sentire superiore. Quanto ti fa sentire un dio.

Sto cominciando a sragionare. Autocontrollo. Ho bisogno di autocontrollo. Maledetto lato oscuro…

venerdì 3 gennaio 2014

Andando per tentativi...

Sembra che non siamo in pochi ad avere “strani segni” e ancora più strane abilità. Dal mio ultimo post se ne sono aggiunti altri, ma non so se esserne felice o angosciato.
Alcuni sembrano, per altro, prendere bene quello che ci sta succedendo (parlo del Barone) ma penso che la maggior parte di noi vorrebbe solo sapere se le stranezze si limiteranno a questo o se potrebbero “evolvere” in maniera incontrollabile. Non ho pensato di farmi vedere da un dermatologo, come suggeriva qualcuno, anche perché, sotto le feste, sono pressoché introvabili.
Comunque sia, ho passato questi giorni a “testare” il mio potere per vedere fin dove posso spingermi. Ecco quello che ho scoperto:
1) Le mie “vittime” mi devono sentire. Purtroppo non mi basta pensare quello che devono fare, come accade a qualcun altro, ma devono sentire la mia voce.
2) non è provato, ma presumo che devono capirmi. Perciò se parlo in italiano a un russo non dovrebbe succedere niente. Proverò appena posso.
3) chi rimane vittima del mio potere non si ricorda niente, così come era accaduto al capoturno in fabbrica. Però chi non è il bersaglio non rimane influenzato e conserva il ricordo dell’evento (e può fare due più due, ricordate lo sguardo indagatore del mio collega di lavoro?)
Questo mi ricorda che devo stare attento quando lancio degli ordini subliminali. Meglio non avere testimoni. La gente tende a innervosirsi se scopre di esser stata manipolata.
Detto questo, stamattina mi sono tolto un’altra soddisfazione: ho incrociato il mio vicino di casa, che insieme alla sua “cortese” moglie e resto della famiglia sono “simpatici” quanto un attacco di dissenteria. Come al solito l’individuo si è comportato come se fosse il padrone di tutto lo stabile – e non un affittuario – e si è parcheggiato in modo da bloccare il passaggio a ogni altro veicolo. Poi è entrato in casa lasciando il portone spalancato e rimanendoci per una bella mezz’ora. I tizi in questione, per intenderci, da quando sono arrivati non hanno mai perso occasione di lamentarsi per ogni cosa, per lo spillo che cadeva all’aspetto della casa fino a ficcare il naso nei nostri affari privati, salvo poi protestare se qualcuno gli faceva notare il volume troppo alto dello stereo o l’aspirapolvere passato alle sette di sabato mattina.
Ora basta, ho pensato. Era il caso di vedere se questo mio potere sarebbe servito a qualcosa oppure no.
Ho aspettato che uscisse il tizio, ho verificato che fosse da solo e poi mi sono avvicinato. «Buongiorno.» mi ha detto, nella sua tipica maniera biascicata, come se fosse costretto a dirlo da qualche ordinanza.
«Buongiorno.» gli ho risposto sorridendo «Ora vai a rapinare una tabaccheria, sfascia tutto e fatti arrestare.»
Lui si è bloccato per qualche istante, poi ha ripreso a camminare come se niente fosse. Ha preso la macchina ed è partito sgommando come fa di solito. Domani vedremo sui giornali cosa ci sarà scritto.
Intanto mi preparo per il capodanno: chissà cosa mi – anzi ci – riserverà il futuro.

P.S. caro Barone, le mie non sono pippe, ma i dubbi di qualcuno a cui è stato insegnato la differenza tra bene e male, anche se devo ammettere che questa mia abilità è qualcosa di esaltante. È il “ fascino del lato oscuro” a cui accennavo nell’altro mio post. Ma credo di aver trovato un modo per mettere d’accordo le mie due anime. Forse so in cosa mi trasformerò. Ma tutto questo lo vedremo poi…

martedì 24 dicembre 2013

Il fascino del lato oscuro

Questo blog è un miracolo. Ne avevo assolutamente bisogno, perché se non lo racconto a qualcuno impazzisco. Sì, potrei confidarmi con gli amici più fidati, o con la mia famiglia, ma non credo che lo farò. Perché il mio potere, quello che ho scoperto di avere, beh.. è molto inquietante. E molto, molto seducente. Se fossimo in un fumetto, probabilmente rischierei di diventare un supercriminale, o forse no, non lo so.
Sto divagando, lo so. Per tornare al punto della questione il mio nickname sarà D.E.M. che sta per “deus ex machina.” Pretenzioso e arrogante, forse sì, ma state a sentire.
È iniziata otto giorni fa. Mi sono alzato con un mal di testa bestiale, io che i mal di testa non ne ho mai sofferto. Mi sono comunque vestito, fatto colazione e sono andato al lavoro. Era il mio ultimo giorno di contratto in fabbrica, l’ennesimo di una lunga serie, maledetta crisi. Non dirò che cosa producevamo, preferisco non dare indizi, diciamo che la fabbrica era grande e lavoravamo a turni. Il posto  non era male, mi trovavo bene, tolti i soliti colleghi rompiballe e il capoturno, diciamo “antipatico”.
Nella condizione in cui mi trovavo quella mattina andavo molto a rilento. Al mio collega che lavorava al macchinario con me avevo detto come mi sentivo, e lui si era offerto di coprirmi. Il problema era il capoturno. Vedendomi lavorare con una certa fiacca mi si avvicinò e mi urlò nell’orecchio: «Va bene che è il tuo ultimo giorno qui, XXXXXX, ma se non muovi il culo col cazzo che ti richiamiamo, hai capito?»
«Lascialo stare, XXXXX, stamattina non sta bene.» mi aveva difeso il mio collega.
«Non ce l’ha un’aspirina a casa sua?» aveva replicato il capoturno, per poi andarsene.
Per me era troppo. Non sono un tipo violento, lo giuro. Avrò fatto al massimo una rissa in vita mia, ed ero pure l’aggredito. Ma in quel momento sbottai. Mi girai e gli urlai: «Ma datti una martellata sulle palle, stronzo!»
Il capoturno non perse un attimo: prese un martello dal carrello degli attrezzi lì accanto e, con precisione chirurgia, si diede una violenta martellata sui gioielli. Un urlo lacerante superò il rumore delle macchine. Una dozzina di persone, compreso il mio collega, corse a prestare soccorso all’uomo, mentre io ero rimasto impietrito al mio posto. Non potevo essere stato io, mi ripetevo, non ero stato io. Come potevo aver fatto? Il mio collega mi fissava, e io lo fissavo di rimando, ma il mio sguardo sgomento evidentemente diceva tutto. Tanto più che, quando il capoturno si riprese, non seppe spiegare l’accaduto. Non si ricordava del litigio con me e di quello che gli avevo urlato.
La dirigenza archiviò il tutto come “incidente” –incidente? – e io terminai il mio turno senza altri problemi. Salutai tutti – compreso il mio collega che continuava a fissarmi in modo strano - e me ne andai subito a casa.
Mentre tornavo, rimuginando sull’accaduto, mi accorsi che qualcosa mi bruciava all’altezza dell’anca. Fermai l’auto al lato della strada e mi scamiciai. All’altezza dell’anca sinistra c’era una specie di segno, non capivo se una voglia o un’ustione. Sembravano due fulmini che si concatenavano, o come hanno detto gli altri, il simbolo del DNA. Era inquietante. Poteva essere collegato a quello che era successo? No, pensai, era stato un caso, non poteva essere.
Mi ricordai che dovevo prendere il pane. A casa i miei, con cui vivo, non c’erano quel giorno e perciò dovevo provvedere da me. Parcheggiai dall’altra parte della strada rispetto al panificio ma, mentre stavo per attraversare, un motociclista della domenica mi sfrecciò davanti come se stesse partecipando a una gara al Mugello. «Ma perché non ti schianti contro un palo, pirata della strada!» gli urlai.
Lui, senza colpo ferire scartò e tirò dritto contro un palo della luce. Mentre attorno a me si scatenava il finimondo, una parte di me inorridiva mentre l’altra si fregava le mani con gioia sadica.

Ero io. Ero stato io. Io avevo quel potere. E adesso? Che faccio?