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martedì 29 aprile 2014

GLI INVINCIBILI

Lazzaro non c’è più.
Credo che leggendo i suoi vecchi post possiate intuire chi sono.
Mi ha affidato le sue parole lasciandomi una lettera senza finale. Tre puntini sul fondo del foglio bianco che sospendono la sua vita e la mia speranza.
Le poche righe spiegano come raggiungere questo blog, come contattarvi, come parlarvi. Fin dall’inizio, ha usato un mio vecchio profilo, jeje, di cui avevo dimenticato la password. Lui l’ha recuperata e annotata al margine del foglio sotto un disegno che rappresenta il suo segno. Credo che abbia usato quel profilo perché sentiva fin dall’inizio come sarebbe andata a finire, sapeva come il cerchio, nel suo caso, si sarebbe chiuso. Non so quando l’abbia scritta, forse nel momento in cui ha capito che quest’ultimo grande sforzo avrebbe richiesto la sua vita in cambio.

“Vieni a prenderlo questa notte, lo troverai davanti alla sua tomba.” Questo è il messaggio che Lazzaro mi ha mandato e nonostante sia salita in macchina e abbia provato a chiamarlo per tutto il tempo, lui non ha mai risposto.

Quando sono arrivata suo fratello era lì. Seduto spalle al muro, completamente nudo.

Ora è a casa mia: è un ragazzino di tredici anni che osservo mentre dorme nel mio letto; cerco disperatamente di cogliere delle somiglianze con Lazzaro in questo viso da bambino. Non ricorda quasi nulla, è pallido, debole, trema sotto il peso di una febbre incessante. Non ho detto a nessuno della sua “nuova” vita. Nemmeno i suoi genitori lo sanno.

Quando ero là ho osservato la sua tomba: io riuscivo a capire che il marmo era stato smosso perché sapevo, ma nel complesso era perfettamente integra. Forse, se suo fratello riacquisterà la memoria, potrò chiedere conto a lui degli attimi successivi al suo “ritorno”.

Nella lettera mi chiede di ringraziarvi tutti quanti: Max, Portatore di Luce, Andryad e il resto dei segnati. D.E.M.: Lazzaro nella lettera mi raccomanda di salutarti. Nei vostri ultimi avvenimenti risiede la mia speranza, nelle strane persone che qualcuno di voi ha avvistato di recente. Io spero che sia stato qualcuno di questi a portarlo via, che l’abbia rapito magari, lo stesso che si è preoccupato di nascondere le tracce della resurrezione di suo fratello. Spero che il tuo sogno ricorrente, D.E.M., sia la conferma del mio desiderio: forse un giorno vi incontrerete tutti in un posto speciale e forse io potrò riabbracciarlo.

In fondo alla lettera c’è la citazione di una poesia di William Ernest Henley.

“Dalla notte che mi avvolge,
nera come la fossa dell’Inferno,
rendo grazie a qualunque dio ci sia
per la mia anima invincibile.”

Con queste parole Lazzaro vi chiede di tenere duro segnati e io vi chiedo di farlo anche da parte sua.

mercoledì 23 aprile 2014

PASQUA DI RESURREZIONE

È difficile credere a ciò che non si vede…

«Scusami.»
«Non c’è bisogno: se me lo avessero raccontato non ci avrei creduto nemmeno io.»

È una casetta situata in una zona pedemontana tra una serie di verdi ondulazioni che gareggiano una sull’altra in avvallamenti e monticcioli. In questo periodo gli ulivi hanno il fiore verdognolo, sui campi spruzzi di giallo e viola indicano distese di fiori selvatici. C’è un grosso albero di acacia che si affaccia sulla strada e alle finestre ci sono ancora gli scuri antichi per chiudere fuori la notte.
Un luogo perfetto che ho fatto di tutto per prendere in affitto a Pasqua. Da lì si può osservare la cima del monte bucare la foschia della sera, recuperare le forze dopo l’avventura con D.E.M. e riflettere ascoltando il canto dell’assiolo levarsi tra l’erba ricoperta di brina.
Ogni mattina faccio una corsetta, tre chilometri tutti in salita fino a una vecchia quercia dentro un boschetto. Mi fermo lì e mi sciacquo la faccia nel mormorio primaverile di un torrentello. Mi riposo venti minuti poi torno indietro camminando.

«Oggi non vai a correre?» mi sorride.
«Credo di essermi stancato troppo.»
Mi dà una pacca sulla pancia; siamo a letto, nudi sotto un lenzuolo bianco. Mi osserva per un poco con i suoi “occhi tondi” poi si alza trascinandosi dietro il lenzuolo per coprirsi e socchiude la finestra. «Dai, ti preparo la cheesecake così quando torni fai colazione con quella.»

Mi alzo, l’assiolo canta da qualche parte nel bosco, la pausa è durata meno del solito. Inizio a camminare: non c’è stata volta, in passato quando eravamo in città, in cui io sia andato a correre da solo.
“Ti faccio una cheesecake…” mi viene da pensare che il frigo è quasi vuoto e di sicuro non c’è mascarpone o formaggio spalmabile.
Prendo a correre, sui campi c’è impresso un giallo e un viola scuro come se la luce dell’ultimo tramonto vi fosse rimasta intrappolata.
“Ti faccio una…” Mi stava chiedendo di fermarla: era decisa a farlo e voleva che io la fermassi.
Supero l’acacia, entro in casa, salgo al piano di sopra e arrivo in camera. Colgo l’ultimo sussulto del piede prima della morte. Il lenzuolo cade giù da una trave e avvolge il collo di Jessica: lei fissa il soffitto e i suoi occhi sono spenti.
Mi precipito in avanti assordandomi con le mie urla, serrando i pugni e calciando via la sedia rovesciata. L’afferro per le gambe, la tiro su in modo che il lenzuolo non rimanga teso. E solo un attimo, una fiammata illumina la penombra in cui gli scuri socchiusi hanno gettato la stanza. Jessica respira di nuovo, tossisce e si dibatte: ha il viso congestionato da un rosso vivo. Lotta contro il lenzuolo attorno al collo mentre io continuo a tenerla sollevata e quando finalmente le riesce di liberarsi cadiamo entrambi sul letto.
«Cosa è successo?»
Io scuoto la testa incapace di rispondere, per me, in quel momento, conta solo tenerla stretta.
Lei piange, poi ricorda qualcosa e tra i sussulti afferra il suo telefono dal mobiletto accanto al letto. Mi mostra lo schermo e io vedo che la registrazione è ancora in corso.
«Scusami.»
«Non c’è bisogno: se me lo avessero raccontato non ci avrei creduto nemmeno io.»
La bacio sulla fronte e la tengo stretta.
Penso al mio potere e mi accorgo che ogni volta è stato sempre più facile. Ora è come se fossi più allenato. Separo mentalmente ogni episodio e studio cosa accomuna i successi e cosa li differenzia dal mio unico fallimento. L’aver salvato Jessica mi porta all’unica conclusione possibile: tutti quelli che sono tornati indietro erano morti da poco, mio fratello è morto da anni.

È difficile credere a ciò che non si vede. Ora sento di avere la forza per fare quello che non si è mai visto.

giovedì 10 aprile 2014

Missione di salvataggio parte 2

«Sì, è ancora nella sua stanza.»
«Andiamo!»
Usciti dall’ufficio ci passano accanto due medici con i camici sbottonati che sciamano nel corridoio come fantasmi. Uno di loro getta un’occhiata di sfuggita, è la sola cosa che la sua premura gli consente e quando svoltiamo l’angolo sento D.E.M. che torna a respirare.
«È qui.» Dice la capo-sala: con la propria volontà annientata sembra una marionetta vuota.
Il corridoio si chiude più avanti; dal rettangolo di una finestra vedo una periferia sconosciuta.
Quando afferro la maniglia della stanza, la porta dei bagni lì accanto si apre e ne vengono fuori due carabinieri. Hanno ancora gocce d’acqua sulla faccia, il cappello in mano, gli occhi segnati.

«Non ha funzionato?»
«No. E non so perché.» Siamo sul letto, i vestiti infangati abbandonati in un angolo della stanza, sul tappeto, Zippiri guaisce nel sonno.
«Io… ti credo.» Nel buio sento la mano di Jessica andare in cerca della mia sopra le lenzuola. «Forse se… non lo so è assurdo…»
«Molte cose sono assurde ormai.»
Le mani s’incontrano. Le dita s’intrecciano.
«Il tuo potere ha bisogno di essere migliorato. U-u-usandolo. Esercitandolo.»”

«Scusate! Vorremmo salutare ancora il nostro collega.» Da quanto tempo siamo lì a fissarci?
Faccio un cenno d’assenso a D.E.M. poi dico: «Solo tre minuti poi dobbiamo…» Esito, mi tradisco, non mi viene nulla.
«Cambiare la salma. Sta arrivando la famiglia» dice D.E.M. e io lo ringrazio con uno sguardo. I due sono troppo affondati nel loro dolore per realizzare che a parlare sono stati sue O.S.S. che hanno le mani “sgombere” mentre in mezzo a loro sta la capo-sala come uno straccio dimenticato.
Entriamo. Uno dei carabinieri quasi si getta sul letto e piange, la divisa frusta non salva il suo contegno. L’altro sta in piedi e strizza gli occhi.

Ricordo la corsa tra le lapidi e la luce della torcia che traballa investendo la pioggia. Nella stanza d’ospedale scuoto la testa come per liberarmi dall’acqua sul viso. I carabinieri impiegano il tempo pattuito per il loro lutto e io vedo Jessica seduta sui gradini della chiesa in cimitero; piange e sussulta con le ginocchia strette al petto, le chiavi le sono cadute poco distante.

«Come procediamo?» chiede D.E.M. appena la porta si è chiusa.
«Pensi che lei possa ricordare se vede?»
«Non saprei, credo di no!»
«Falla sedere sull’altro letto, faccia alla finestra. Assicurati che non si volti.»
Mi avvicino al letto, la mia ombra cade sul corpo del morto.
«Siediti qui!» dice D.E.M alla capo-sala e voltandomi un attimo vedo che si piazza davanti a lei per osservare.
Spero di non tradire la sua fiducia, ha funzionato due volte: deve funzionare pure ora.
Fuori uno degli altri due scoppia a piangere senza controllo, mi volto di nuovo e vedo D.E.M in apprensione, il battito del cuore mi cresce nel petto, ho una bara aperta davanti agli occhi, un cane che dorme, una mano sulle lenzuola, Jessica che piange, pioggia che scroscia. Il mio braccio mi catapulta sul letto per afferrare quello del carabiniere. Devo stringere gli occhi mentre il segno s’illumina come crepe aperte sul terreno di un vulcano.
Lo sento passare… “La” sento passare, perché quella è vita che si trasferisce. È come se lo stessi richiamando indietro da un fosso mentre lui mi tira a sé. È un gioco di forza: l’ho capito in quel momento.
Apre gli occhi, butta fuori l’aria dai polmoni. Mi guarda sbattendo le palpebre e in quel momento D.E.M. mi tira via da lì. «Devi dimenticare tutto quello che è successo, non hai mai visto né me, né lui.» Mi indica affinché sia chiaro. Il carabiniere fa di sì con la testa. Disorientato, ma convinto.

Usciamo, quelli di fuori ci notano appena, ma D.E.M. si piazza loro davanti e ripete la frase, quando loro acconsentono a scordarsi di noi, mi guida verso un’uscita secondaria sul lato sud.
«Avranno una bella sorpresa!» Accenno alla folla di giornalisti che si accanisce attorno a un’auto appena arrivata.
D.E.M. mi sorride e io colgo tutto il suo sollievo. Gli poso una mano sulla spalla e sorrido di rimando

lunedì 31 marzo 2014

Missione di salvataggio

Il primo incontro con Lazzaro è stato imbarazzante. È riuscito a mettersi in contatto con me, così sono andato a prenderlo all’aeroporto. A causa della mia paranoia, l’ho costretto a dover imparare una serie di segnali in codice e parole d’ordine, e solo quando siamo arrivati alla mia macchina ci siamo mostrati i nostri rispettivi segni. «Piacere, D.E.M.» faccio io.
«Piacere, Lazzaro.» risponde lui. Ci stringiamo la mano con calore.
Entriamo in auto «Prima di tutto ti ringrazio ancora per aver risposto al mio appello, e ti chiedo mille volte scusa per averti trascinato fin qui a risolvere i miei casini.» dico.
Lui nicchia: «È sempre un piacere aiutare gli altri.»
Ho letto il post che ha mandato prima di partire: vorrei fargli delle domande, chiedergli come sta, chi voleva salvare, ma un senso di pudore mi inibisce. Per fortuna è lui a spezzare il momento di silenzio: «Da quanto hai scritto il carabiniere dovrebbe essere ancora vivo. Lo sai, vero, che il mio potere funziona solo su chi è morto?»
Sospiro. «Lo so, ma non sapevo a che santo votarmi. Hai letto il mio post, sai che casino ho combinato. Sono stato preso dal panico, è un miracolo che non sia svenuto lì. Onestamente non so come ci dovremmo comportare quando entreremo nella sua stanza.»
«Qualcosa ci inventeremo.» risponde lui, cercando di tranquillizzarmi. «Sai dove lo tengono?»
«Per fortuna è qui vicino, in Ancona, all’ospedale regionale. Però c’è un problema.»
«Quale?»
«All’inizio non era stato fatto trapelare nulla, per salvare la sua copertura, ragion per cui ho dovuto usare il mio potere per rintracciarlo. Poi però qualcuno, l’altro giorno, ha parlato e l’ospedale si è riempito di giornalisti.»
«Un bel problema. Cosa pensi di fare, ora?»
Gli spiego il mio piano. Per fortuna, avevo avuto modo di girare l’ospedale andando a fare visita a un conoscente ricoverato, quindi so più o meno come muovermi all’interno.
Finisco la spiegazione. «È abbastanza rischioso.» fa lui.
«Lo so, ma è il meglio che sono riuscito a escogitare. Se hai un’idea migliore sono tutt’orecchi.»
«Non saprei da che parte cominciare.» confessa.
«Siamo d’accordo allora.» rispondo io accendendo la macchina «Propongo di andare subito.»
«Ok.»
Entriamo mescolandoci col flusso continuo di visitatori; per fortuna l’atrio è molto grande e dispersivo. Arriviamo agli ascensori senza problemi, dribblando anche un paio di teleoperatori della RAI che stanno prendendo un caffè da una macchinetta, e ci ritroviamo nel reparto di rianimazione rimanendo praticamente anonimi. Apro la porta antipanico e dò un’occhiata: l’orario di visita è quasi finito, ma ci sono ancora diverse persone oltre il personale ospedaliero. Cerchiamo un bagno. Entriamo e apro la borsa che ho portato con me: dentro ci sono due divise da O.S.S. «Spero che ti stia bene.» faccio a Lazzaro «Mi sono dimenticato di chiederti la taglia.»
«Non fa niente.» risponde lui, e lo ripete anche quando scopriamo che la sua gli sta larga. Usciamo, cercando di rimanere disinvolti e iniziamo a cercare la capo-sala. Giriamo un angolo e a momenti mi viene un colpo. «Che c’è?» chiede Lazzaro. Lo spingo dentro uno sgabuzzino. Poco dopo, un tizio con gli occhiali ci supera senza accorgersi di noi «Quello lo conosco, fa il giornalista.» spiego a Lazzaro «Se mi avesse visto…»
Continuiamo a cercare l’ufficio della capo-sala. Per fortuna la troviamo, ed è anche sola.
«Voi chi siete?» chiede lei. Lazzaro chiude la porta, io invece le ordino: «Portaci dal carabiniere ferito. Se te lo chiedono, rispondi che è solo un controllo di routine.»
«Il carabiniere ferito è morto dieci minuti fa.» risponde meccanicamente la donna «Sono andati a chiamare la famiglia.»
Panico. Lazzaro si piazza davanti a me e chiede alla donna: «È ancora nella sua stanza?»
Lei non risponde. «Chiediglielo tu.» mi fa Lazzaro. Non reagisco. Allora mi strattona «D.E.M.! Svegliati!»
«OK, ti ordino di rispondergli, anzi, d’ora in poi sarà lui a darti ordini.»

Ora è tutto nelle mani del mio socio.

venerdì 21 marzo 2014

LUCI LONTANE



È tempo di partire…

Il molo è una lingua di cemento che si allunga dritta sul mare, le pietre ammassate ai fianchi per frangere l’onda sembrano praline di gigantesche nocciole.
Guardiamo le luci delle navi al largo e il mare che imbrunisce di pari passo con il cielo. A sinistra sfocia il fiume; quel particolare dà il nome all’intero tratto di spiaggia e io so che a mettersi lì con la canna da pesca, proprio sotto il cartello di divieto, si prendono delle belle orate. Più in là lo sfavillio dei lampioni al porto segna il confine per una primavera lontana dal punto in cui sediamo.
«Giocavamo a pallone su quella spiaggia, insieme. Un pallone di gomma che se lo portava via il vento prima ancora di calciarlo, e quando riuscivi finalmente a tirare non potevi mai sapere che direzione prendeva.»
Jessica si volta a guardare e il vento le sospinge i capelli sugli occhi. «Un gabbiano!» Dice, riportando lo sguardo su di me.
Io sorrido appena: «E come lo acchiappo un gabbiano!»
«Allora una formica, una mosca, qualcosa, qualsiasi cosa!» La sua voce si alza a ogni parola, ma non va molto più in là perché il vento carico di salsedine le respinge indietro. Alle nostre spalle c’è un vecchio faretto che non funziona, un misero cilindretto tutto ruggine di nemmeno tre metri d’altezza.
Rientriamo passeggiando, io le tendo la mano, ma lei si caccia le sue nelle tasche del giubbotto. A ogni passo noto le chiazze sul cemento lasciate dai calamari pescati la notte: si usano delle luci per ingannarli e farli venire a galla.

«Sei sicuro? Non mi dici bugie?»
«Potrei mentire su una cosa del genere?» Quelle parole mi vengono fuori quando siamo seduti in macchina di fianco al cimitero, il tergicristallo scaccia la pioggia dal parabrezza come impazzito. Sono poche parole, ma sono le più efficaci, se non per convincerla del tutto almeno per assecondarmi.
«Non posso mostrartelo: se resuscito qualcosa, poi devo attendere del tempo affinché il potere si ricarichi.»
Non dice niente. Apre la portiera ed esce fuori in mezzo alla pioggia. Io spengo il motore, recupero gli attrezzi dal cofano e le porgo l’ombrello, ma le sue mani rimangono dentro le tasche.
C’inoltriamo in un boschetto d’eucalipto che fiancheggia il cimitero, un groviglio di alte fronde che stormiscono nel buio mentre il vento muggisce in mezzo ai tronchi. Il terreno fangoso e ricoperto d’erbetta fradicia, s’alza e s’abbassa come un’onda che si abbatte sul muro di recinzione facendo in modo che si possa scavalcare agevolmente. Quando siamo dentro le nostre torce fendono gli spazi tra le tombe, il marmo lucido di pioggia amplifica la luce spedendola in ogni direzione.
“Sento” i visi nelle foto, percepisco i loro occhi mentre rivoli d’acqua colano sui vetri dietro i quali si nascondono. C’è la foto di una bambina e io non posso fare a meno di fermarmi a guardarla: si chiamava Grazia, nel suo mezzobusto indossa il grembiulino rosa della scuola con un gigantesco fiocco giallo sotto il mento.
«Non puoi riportarli tutti indietro.» Mi sussurra Jessica, mentre io sto fermo a fissare la tomba e su di noi piovono scudisciate d’acqua. Afferra la mia mano e mi conduce sul vialetto di ghiaia che porta alla zona degli alti muri con i loculi impilati uno sull’altro.

La polvere di marmo si è impastata con l’acqua sulle mie braccia, le urla roche sono state annegate dalla pioggia che mi precipita in gola mentre rivolgo il viso al cielo tra il balenio dei lampi. Jessica piange, ma nella furia dell’acquazzone non riesco a scorgere le sue lacrime, le labbra le tremano incontrollate e stanno diventando viola.
«Torna in macchina!» Le grido lanciando le chiavi e cercando di soverchiare il fracasso del temporale «torna in macchina!»
Ha un attimo di esitazione poi scappa a correre nella direzione opposta e l’ultima cosa che vedo è il cappuccio del suo giubbotto che balla sulle spalle.

È tempo di partire. Eccomi DEM: sto arrivando.

venerdì 14 marzo 2014

PUNTI FISSI



A sognare qualcuno morire gli si allunga la vita…

Tutto è relativo.
Il moto lo è. Relativo intendo: ci vuole un sistema di riferimento affinché qualcosa possa dirsi in movimento. Prendete la sensazione d’incertezza che si prova stando seduti su un treno e guardando di fuori un altro treno affianco; a un certo punto vedete i finestrini dell’altro vagone scivolare via e iniziate a chiedervi chi è che si muove; è una sensazione straniante, come ritrovarsi sospesi dentro il mondo seduti su una bolla. Eppure basta voltarsi dall’altra parte e osservare il panorama di fuori per avere una risposta immediata su chi si muove effettivamente.
Ma se dall’altra parte ci fosse un altro treno a occupare la visuale cosa succederebbe?
Il tempo lo è. Quando ci si diverte un’ora scappa via in un minuto e alla fine ti rimane il godimento smorzato simile a un’eiaculazione frettolosa; se invece stai male non ti resta che stringere i denti e strizzare gli occhi sotto una pioggia battente di sudore, sperando di scorgere la fine tra le pieghe disorientanti del percorso.
E così io tengo duro e vado avanti, mentre pesto le dita sulla tastiera e i miei occhi scorrono le vostre parole. Ti ringrazio Portatore di Luce per la tua comprensione e spero che con Max vada tutto per il meglio. Certo, annientare il mio potere con te vicino potrebbe essere… non lo so: bello? Liberatorio? Traumatico? Probabilmente tremendo, anche se per un giorno soltanto.
Io credo che questo mio dono derivi da un sogno lontano che ricorreva quando ero piccolo; così reale e ossessivo che alla fine si è mescolato con il desiderio e si è incastrato con la realtà. Il fatto è che io questo potere lo voglio, l’ho desiderato lungamente, MI SERVE.
Ho un fratello. È morto.
Il fatto che sia… fosse mio fratello maggiore è più che mai relativo. Lo è stato certo, fino a quando io avevo dieci anni; nei tre anni successivi la distanza tra me e lui si è accorciata. La sua morte è stata il punto fisso: il sistema di riferimento per il moto della mia vita. L’ho raggiunto e superato e il tempo per lui adesso come si misura? La sua data di nascita? Quella di morte? Da dove si parte, dove finisce? A pensarci mi sento come costretto nello spazio angusto di un vagone affiancato da due treni: mi manca l’aria, non so da che parte voltarmi per ripartire.
Devo trovare dei punti fissi. Uno è sicuramente dato dalle vostre storie che leggo su queste pagine, l’altro può essere la mia famiglia, ma parlare ai miei genitori del loro figlio morto non li rende obiettivi o maggiormente disposti a credere al mio assurdo potere. Ci vuole qualcuno che sia in un certo senso estraneo a mio fratello, ma tremendamente vicino a me: questa cosa non posso farla da solo!
«Ce la fai a venire a casa domani?»
«Ma non devi lavorare?»
«No, domani no. Dai, stiamo un po’ insieme. Andiamo al mare.»
«Sicuro? Magari preferisci riposarti invece che avermi in mezzo.»
«Preferisco parlare: non l’ho fatto molto no?»
«Non l’hai fatto per niente!»
Jessica! È lei la persona ideale. Non ha conosciuto mio fratello, ma condivide sempre, sempre, la follia delle mie azioni.
“Andiamo al mare. Parliamo un po’. Andiamo a tirar fuori una bara da una tomba di marmo.”
Ho provato a spiegarle questa follia prima di metterla in pratica insieme, ma la già labile impalcatura è crollata quando le mie parole non hanno trovato riscontro, quando afferrando fredde ossa che si sbriciolavano sotto la pioggia battente, quando urlando, strepitando, non c’è stato nulla a dimostrare ai suoi occhi terrorizzati che io fossi in grado di resuscitare i morti.

 A sognare qualcuno morire gli si allunga la vita: vivere desiderando la vita si va incontro alla morte.

venerdì 7 marzo 2014

LA MIA FAMIGLIA



Ho quattro sorelle…

Sorella menzogna:
Quando i miei genitori sono rientrati l’hanno chiamato. Non c’è stata risposta, solo il vago aroma di limone e menta che aleggiava nell’aria e una macchia d’umido a scurire il cemento. «È uscito… come ho aperto il portone è scappato via: avrà sentito l’odore di un altro cane. Quando si stanca torna… è uscito.»
Io non ho pranzato e il cane non è tornato.
Mi sono chiuso in camera, seduto sul bordo del letto a guardare tra i miei piedi il pezzo di busta nera che sporgeva da sotto. Solo la luce sullo schermo del telefono mi teneva compagnia, ma era una luce insolitamente priva di parole. In tarda serata mia madre ha bussato alla porta di camera: «Non è ancora rientrato!» La voce che si spezza sul legno.
«Lo so!» Ho risposto, ma era solo un bisbiglio per me stesso fra i tremiti di freddo e terrore che mi percuotevano come corrente viva. Ero disteso a terra, con il petto nudo sulle pianelle gelate; una mano sporta sotto il letto come a richiamarlo da quel buio spazio sotto la branda che somigliava all’aldilà.

Sorella silenzio:
Di notte la luce della cucina filtrava tra gli spazi sotto la porta e il giornale premuto contro, m’investiva il petto mentre in silenzio ascoltavo il rintocco spaiato delle posate sui piatti: niente chiacchiericcio di televisione, nessun commento alla giornata di scarse vendite in negozio. Ho trattenuto il respiro innumerevoli volte per percepire anche solo un bisbiglio, ma poi la luce si è spenta e ho sentito solo qualche singhiozzo e nient’altro oltre il muro di camera.
Vinto dalla stanchezza sono caduto nell’incoscienza, alternando a infiniti momenti di veglia sparuti sprazzi di sonno. Ogni volta che mi destavo mi accoglieva il silenzio assoluto e l’immagine del cane steso su un fianco oppure il raspare delle sue unghie sul portone di casa. Tuttavia le uniche cose reali erano le pianelle fredde contro la schiena e il formicolio della mano artigliata sulla plastica nera.

Sorella amore e sorella riscatto:
Sono convinto che sia ormai mezzanotte passata mentre ascolto lo stravento che abbatte sulle persiane ondate di pioggia. Cerco il telefono; nell’agitazione del non-sonno deve essere scivolato da qualche parte e proprio mentre tasto intorno per recuperarlo lo schermo s’illumina vibrando per un momento: «Buonanotte. Ti amo!» Leggo nel messaggio.
Lotto per tenerle a bada, ma così come l’acqua si spande sul davanzale, le lacrime fanno altrettanto sul mio viso. «Ti amo!» Sussurro allo schermo che si spegne pian piano precipitando nuovamente la stanza nel freddo buio di tomba.
Lo sento. Avviene. Questa volta non è un passaggio, ma una risalita; è come sfidare a nuoto i marosi con l’acqua che risucchia le tue energie a ogni bracciata e il sale che ti brucia gli occhi. La busta sussulta sotto il letto sbattendo sulle molle della branda: un colpo secco e basta, per un attimo dubito di essere realmente sveglio. Ancora quella risalita che sembra strapparmi il braccio, sento che assorbe le mie energie e insieme la mia stessa vita; il segno sul braccio divampa stagliandosi sul soffitto come una costellazione di fiamme. Poi è ancora buio e la busta ha un nuovo sussulto. Un guaito, un altro sussulto contro la branda e lo stropiccio violento della plastica. «Cazzo! Cazzo!» Serro i denti e mi precipito in ginocchio. La busta è impazzita, si dibatte in ogni direzione e sembra voglia scappare. Ancora un guaito, fortunatamente è troppo tenue per essere udito nell’altra stanza. Lo trascino fuori da là sotto, squarcio la busta e il cane mi salta addosso leccandomi il viso e annusandomi come un pazzo mentre spazza l’aria con la coda. Il suo corpo è caldo, posso sentire il cuore sotto il pelo pulsare vita nelle vene a ogni battito.

I miei genitori sono ripartiti in negozio alle sette del mattino. Non c’è miglior palliativo al dolore del lavoro: io invece ci avevo rinunciato, ed è stato un bene, ora dovevo vivere intensamente fino in fondo.

Ho quattro sorelle… e un fratello.

giovedì 27 febbraio 2014

AMICO FEDELE


Mi piace scrivere…

Si chiama Zippiri ed è una palla di pelo scuro di neanche quattro anni. Zippiri, nel mio dialetto, significa rosmarino, ma a saperlo prima l’avremmo chiamato prezzemolo: deve essere un segnato pure lui e avere il dono di replicare se stesso, ovunque tu vai in casa te lo trovi sempre davanti. In lui convivono l’animo dolce e guerriero del beagle suo padre e quello curioso e molesto del yorkshire sua madre.
Quando sono rientrato mi ha accolto facendo le feste; porta con sé un turbinio d’aria fresca quando muove la coda e salta disordinatamente in tutte le direzioni. Tu lo chiami e lui si agita ancora di più; alle volte scappa a correre avanti e indietro per il cortile con le unghie che sfregano sul battuto di cemento, altre volte si siede sulle zampe posteriori e si rialza con un guaito come se qualcosa d’invisibile gli avesse rifilato un calcio. Stranezze da cani mi dico.
Gli ho riempito la ciottola. Non mangia mai la mattina, ma quello… si fa così con i condannati giusto? E poi dovevo distrarlo in qualche modo: riso soffiato e scatoletta di carne, crocchette e pure un bel pezzo di fettina avanzato dal giorno prima.
Mi sono seduto, l’ho guardato mangiare: divarica bene le zampe assumendo una posizione solida, ogni tanto solleva gli occhi e mi osserva senza smettere di masticare, scuote appena la coda per ringraziare. Io gli accarezzo la schiena e con un piede accosto la ciottola che altrimenti porterebbe in giro per tutto il cortile con le sue lappate.
In quel momento squilla il telefono (sì, quello nuovo regalo di compleanno).
«Pronto?»
«Sì, pronto, ti disturbo?»
«No ingegnere, prego!»
Mi alzo. Il cane mangia ancora.
«Ma come mai non sei venuto oggi?»
«Sono ancora a casa della mia fidanzata: sono a letto! Mi sono fatto male alla schiena.»
«Ti è successo di nuovo?»
«E già, stessa cosa dell’altra volta.»
«A questo punto ci vediamo… tra quanto?»
La mano si chiude su un pezzo di legno. È delle dimensioni giuste: non troppo lungo, sufficientemente pesante per un colpo solo… non sopporterei di doverlo usare due volte.
«L’ultima volta c’è voluto una settimana per alzarmi dal letto. Facciamo tra due?»
«Così tanto? Ma dove ti sei fatto male di preciso?»
«Esattamente dove l’altra volta.»
“Chiaro no?” Penso.
«Beh allora ci vediamo quando guarisci… è che bisognava portare a termine quel progetto… va beh dai… arrivederci, arrivederci.»
«Arrivederci.»
Chiudo la chiamata e cancello il numero, non lo sentirò più e mi sorprendo di quanto è stato facile. Per un attimo ripenso alle tante discussioni con la mia fidanzata, lei che mi esorta a non andare più in quello studio perché tanto a stare lì per tutto il giorno mi fa solo incazzare. «E poi ti paga solo quando si ricorda! Resta a casa, mettiti a scrivere. Ti piace scrivere, mettiti a farlo così ti vedo felice.»
Sì, mi piace scrivere, ma so che i sogni hanno ali troppo fragili per volare con il vento che tira.
Calo il bastone con tutte le forze: nemmeno un guaito, solo il rumore della ciottola che si spacca e si rovescia spargendo riso soffiato e crocchette dappertutto. Cade su un fianco, un sussulto e niente più. Il colpo gli ha fatto sputare fuori un pezzo di fettina e un fiotto di sangue e bava. Gli occhi sono rovesciati, credo che siano gli occhi che maggiormente impressionano nella morte: ora capisco appieno il senso di chiuderli.
Getto via il bastone, m’inginocchio al suo fianco, lo accarezzo sulla schiena e sulla pancia grossa che si è fatto. Lo chiamo, ma non succede nulla. Il cuore inizia ad accelerare e sento la nausea riempirmi le narici. “Non passa nulla” penso e intanto chiudo le mani sul pelo morbido. Lo scuoto, impreco: “non passa nulla”, allontano la ciottola e mi siedo, mi tolgo il maglione e rimango a petto nudo abbracciandolo: “non passa nulla”. Resta inerme, quasi un peluche se non fosse per il sangue rosso scuro che gli imbratta il muso.

Mi piace scrivere e ora mi ritrovo a scrivere questa specie di diario che, visto il mio potere, assomiglia tremendamente a un necrologio.

martedì 18 febbraio 2014

JEJE


A scavare fosse si perde tempo…

Era stordito certo e perdeva pure sangue da un taglio sulla testa, ma che altro? Niente: niente di niente.
«Cos’è successo?»
«È scivolato e ha battuto la testa.»
«Ma che coglione che sono!»
“Già!” Pensai, «forza! L’accompagno al pronto soccorso.»
Prima sono corso in bagno a sciacquarmi la faccia; ero terreo in volto come certe ragazzine che si spalmano tonnellate di fondotinta per seppellire i brufoli. Mi sentivo spossato, le mattonelle alle pareti sembravano liquefarsi, la maglietta era attaccata alla schiena da secchiate di sudore. È lì che ho scoperto il segno sul bicipite, era quasi evanescente come una vecchia smagliatura sulla pelle. In quel momento fui sicuro che per resuscitarlo una parte della mia vita, accorciandosi, si è trasferita in lui: “l’ennesimo sgarbo di quel pezzo di merda!” Pensai, ma ce di più, ero stremato, affannavo, se avessi dovuto ripetere il “miracolo” avrei fallito: ne ero sicuro… sicurissimo.
Ho passato un intero fine settimana con la stessa frase tra i denti: «… Non ho niente, sono solo un po’ stanco, tutto qua...» Sulle labbra un sorriso che pareva ottenuto con una pinzatrice. Io e la mia ragazza abitiamo a cento chilometri di distanza e ci vediamo solo il sabato e la domenica; sapete: mi ha regalato un telefono per il compleanno e io sono stato capace di ripetere solo quelle parole per tutto il tempo. Abbiamo litigato, ma non posso certo biasimarla, quando uno se ne sta zitto per tutto il tempo è normale no? Non abbiamo fatto l’amore, non stavolta, temevo che spogliandomi avrebbe notato il segno capendo in qualche modo ciò che avevo fatto: quante delle vostre donne (o uomini) capiscono il vostro stato d’animo con una semplice occhiata? E non parlo di essere bravi o cattivi attori.
Quando, lunedì all’alba, ci siamo salutati lei ha pianto e io avevo il volto livido. Ho pianto pure io quando il treno è partito, di nascosto, stando seduto sul cesso come fanno gli uomini patetici. La luce del bagno come un’accusa accecante puntata sulla testa, fuori dal finestrino solo sagome annerite stagliate contro lo sbiadito azzurro-verde dell’orizzonte; oltre la porta chiusa, nell’isoloto in mezzo al vagone, alcuni ragazzini ridevano e facevano casino. Uno diceva che sabato notte si era ridotto da buttare via, l’altro era riuscito a infilare la mano dentro le mutandine della sua amica; a detta sua a lei era piaciuto immensamente anche se era solo per qualche secondo: ma che volete, si fa quel che si può! In quel momento sentii il bisogno dell’uno e dell’altro, ma avevo solo acqua non potabile del lavabo incrostato e la mia fidanzata era già a dieci chilometri di distanza e per tutto il tempo che mi era stata vicina non l’avevo nemmeno sfiorata. A proposito: si chiama Jessica e una vita fa le ripetevo sempre che ha gli occhi tondi e gli zigomi sporgenti.
Quel lunedì sono tornato a lavoro; mi sono fermato davanti al palazzo dove c’è lo studio, ho esitato, le chiavi mi sono scivolate di mano e le ho lasciate lì in terra: non potevo tornare in quella stanza dopo quello che era successo, non potevo parlare a quell’uomo guardandolo in faccia e specchiandomi nei suoi occhi morti.
Ho preso a camminare e arrovellarmi il cervello, pensavo che in quello stesso istante qualcuno stava morendo (e chissà quante vite si sono spente nel momento in cui scrivo). Avere il dono di resuscitare la gente senza quello dell’ubiquità è una gran bella fregatura! E poi c’è il fatto che sembro aver bisogno di tempo per “ricaricarmi”: nel momento in cui vagavo senza meta il segno aveva ripreso le sue sfumature di fiamma sul bicipite. Alla fine sono tornato alla macchina, ho messo in moto e quando ho parcheggiato di nuovo erano le undici e l’alto muro del cimitero si spiegava come un’ala dissecata oltre il parabrezza.

C’è solo un modo per andare a fondo alle cose ed è quello di affrontarle. A scavare fosse si perde tempo… così quando sono rientrato a casa ho ucciso il mio cane.

lunedì 10 febbraio 2014

LAZZARO

Qui va tutto male…

Seguo le vostre storie da tempo, ma solo ora ho deciso di scrivere; non so se qui troverò conforto o aiuto oppure una soluzione al mio problema: il mio segno è sul bicipite e assomiglia tanto a un marchio a fuoco che si distende quando allungo il braccio e si contrae come lo ripiego. Potrei dire che è una fenice ma credo che sia come quella macchia d’inchiostro nel test di Rorschach.

Ho atteso… ho atteso perché avevo bisogno di conferme, di sperimentare, essere certo di quali fossero le mie possibilità e quali i miei limiti.

Ho letto di chi si è rinchiuso in casa. L’ho fatto pure io all’inizio, per due giorni, con le persiane chiuse e la carta di giornale sotto la porta per non vedere la luce, ma seppellirmi al buio non serve, non riesco nemmeno a seppellire il mio potere dentro le pieghe di me stesso: Come posso far finta che non ci sia?

Ciò che scrivo lo faccio d’impulso, cercando di mantenere un filo logico e uno cronologico degli avvenimenti che mi hanno segnato, proprio come il brutto marchio che mi deturpa il braccio; lo faccio per lasciare una traccia che resti a galleggiare nella rete, parole che servano da testimonianza prima di affondare.


È iniziato a fine gennaio, nello studio del mio principale. Siamo… eravamo io e lui in quel buco e non invidio certo chi siede al mio posto in questo momento. Erano le otto di sera di venerdì 31: il giorno del mio trentesimo compleanno. Stavo per chiudere tutto e tornarmene a casa quando lui è rientrato dopo che era mancato per tutto il giorno. Si è seduto affianco, chiedendomi di aprire un progetto seppellito in una delle tante cartelle del pc, aveva un’aria trafelata, scocciata. Era tardi cazzo e io volevo solo tornarmene a casa! Ci sono voluti altri tre quarti d’ora prima di alzarmi da quella sedia su cui poggio… poggiavo il culo per otto ore al giorno e a un certo punto, mentre mi infilavo il giubbotto, mi dice… oh no! Lui non dice, lui fa intendere… mi fa intendere che per quella sera avevo combinato poco.

Può darsi pure che in parte avesse ragione, in parte, ma vedete: dopo che passi le tue giornate chiuso tra quattro mura e non vedi un soldo da più di due mesi, diciamo pure che inizi a rallentare il ritmo. È una cosa naturale credo.

Discutiamo, come mai prima, ero stanco e quello era il fottuto giorno del mio ancor più fottuto compleanno, la stessa precisa ora in cui sono nato tra l’altro. Mi mette una mano sul braccio come a volermi accompagnare fuori: lui non dice, lui fa intendere.

Sono sempre stato impulsivo quando si tratta di far fronte a ingiustizie vere o presunte, sempre. Beh, non nel modo in cui lo sono stato quel giorno però, ho sentito qualcosa quando mi ha toccato e ho reagito d’impeto dandogli una spinta con tutte le forze; non sono molto alto, sì e no un metro e settantacinque, ma neanche due mesi fa pesavo circa centodieci chili e lui… lasciamo perdere. È finito a terra sbattendo la testa su un vecchio tavolo da disegno e quando mi sono avvicinato per vedere come stava ho visto che aveva il collo piegato in una posizione grottesca.

"Spezzato", continuavo a pensare e non mi riferivo al collo, ma alla sua vita.

Preso dal terrore mi sono inginocchiato accanto al cadavere, l’ho strattonato, volevo che si risvegliasse, che aprisse i suoi maledetti occhi accusatori e mi guardasse, credo di averlo colpito sul petto, ma lui nulla, se ne stava lì accartocciato e non respirava più.

Mentre stringevo le mani a pugno sulla sua camicia e provavo l’irreale sensazione di disprezzo nei suoi confronti, per essere morto facendomi l’ennesimo torto, in quel momento qualcosa è passato da me a lui. Non so cosa, una scossa, una luce, un cazzo di energia che migra come il calore da un punto caldo a uno più freddo, da uno vivo a uno morto. Ha spalancato gli occhi e la bocca come se si fosse risvegliato da un brutto sogno.

Non era ferito o svenuto o stordito, era morto: MORTO!

È per questo che su queste pagine mi sono dato il nome di Lazzaro.