lunedì 31 marzo 2014

Missione di salvataggio

Il primo incontro con Lazzaro è stato imbarazzante. È riuscito a mettersi in contatto con me, così sono andato a prenderlo all’aeroporto. A causa della mia paranoia, l’ho costretto a dover imparare una serie di segnali in codice e parole d’ordine, e solo quando siamo arrivati alla mia macchina ci siamo mostrati i nostri rispettivi segni. «Piacere, D.E.M.» faccio io.
«Piacere, Lazzaro.» risponde lui. Ci stringiamo la mano con calore.
Entriamo in auto «Prima di tutto ti ringrazio ancora per aver risposto al mio appello, e ti chiedo mille volte scusa per averti trascinato fin qui a risolvere i miei casini.» dico.
Lui nicchia: «È sempre un piacere aiutare gli altri.»
Ho letto il post che ha mandato prima di partire: vorrei fargli delle domande, chiedergli come sta, chi voleva salvare, ma un senso di pudore mi inibisce. Per fortuna è lui a spezzare il momento di silenzio: «Da quanto hai scritto il carabiniere dovrebbe essere ancora vivo. Lo sai, vero, che il mio potere funziona solo su chi è morto?»
Sospiro. «Lo so, ma non sapevo a che santo votarmi. Hai letto il mio post, sai che casino ho combinato. Sono stato preso dal panico, è un miracolo che non sia svenuto lì. Onestamente non so come ci dovremmo comportare quando entreremo nella sua stanza.»
«Qualcosa ci inventeremo.» risponde lui, cercando di tranquillizzarmi. «Sai dove lo tengono?»
«Per fortuna è qui vicino, in Ancona, all’ospedale regionale. Però c’è un problema.»
«Quale?»
«All’inizio non era stato fatto trapelare nulla, per salvare la sua copertura, ragion per cui ho dovuto usare il mio potere per rintracciarlo. Poi però qualcuno, l’altro giorno, ha parlato e l’ospedale si è riempito di giornalisti.»
«Un bel problema. Cosa pensi di fare, ora?»
Gli spiego il mio piano. Per fortuna, avevo avuto modo di girare l’ospedale andando a fare visita a un conoscente ricoverato, quindi so più o meno come muovermi all’interno.
Finisco la spiegazione. «È abbastanza rischioso.» fa lui.
«Lo so, ma è il meglio che sono riuscito a escogitare. Se hai un’idea migliore sono tutt’orecchi.»
«Non saprei da che parte cominciare.» confessa.
«Siamo d’accordo allora.» rispondo io accendendo la macchina «Propongo di andare subito.»
«Ok.»
Entriamo mescolandoci col flusso continuo di visitatori; per fortuna l’atrio è molto grande e dispersivo. Arriviamo agli ascensori senza problemi, dribblando anche un paio di teleoperatori della RAI che stanno prendendo un caffè da una macchinetta, e ci ritroviamo nel reparto di rianimazione rimanendo praticamente anonimi. Apro la porta antipanico e dò un’occhiata: l’orario di visita è quasi finito, ma ci sono ancora diverse persone oltre il personale ospedaliero. Cerchiamo un bagno. Entriamo e apro la borsa che ho portato con me: dentro ci sono due divise da O.S.S. «Spero che ti stia bene.» faccio a Lazzaro «Mi sono dimenticato di chiederti la taglia.»
«Non fa niente.» risponde lui, e lo ripete anche quando scopriamo che la sua gli sta larga. Usciamo, cercando di rimanere disinvolti e iniziamo a cercare la capo-sala. Giriamo un angolo e a momenti mi viene un colpo. «Che c’è?» chiede Lazzaro. Lo spingo dentro uno sgabuzzino. Poco dopo, un tizio con gli occhiali ci supera senza accorgersi di noi «Quello lo conosco, fa il giornalista.» spiego a Lazzaro «Se mi avesse visto…»
Continuiamo a cercare l’ufficio della capo-sala. Per fortuna la troviamo, ed è anche sola.
«Voi chi siete?» chiede lei. Lazzaro chiude la porta, io invece le ordino: «Portaci dal carabiniere ferito. Se te lo chiedono, rispondi che è solo un controllo di routine.»
«Il carabiniere ferito è morto dieci minuti fa.» risponde meccanicamente la donna «Sono andati a chiamare la famiglia.»
Panico. Lazzaro si piazza davanti a me e chiede alla donna: «È ancora nella sua stanza?»
Lei non risponde. «Chiediglielo tu.» mi fa Lazzaro. Non reagisco. Allora mi strattona «D.E.M.! Svegliati!»
«OK, ti ordino di rispondergli, anzi, d’ora in poi sarà lui a darti ordini.»

Ora è tutto nelle mani del mio socio.

venerdì 28 marzo 2014

Preoccupazioni fondate

Se Max non avesse scritto dove era andato a finire, io mi sarei preoccupato seriamente.
Già qualche giorno fa ho ricevuto un messaggio che mi diceva di non cercarlo, poi ho letto dei post di voi dove siete capitati in situazioni spinose, infine la comunità di super intorno al mio quartiere sembra essere scomparsa.
All'ospedale non c'era più nessuno, a casa di Steel non ho ottenuto risposte e la sua famiglia sembrava essersi trasferita da poco, spero non stiano facendo esperimenti su di lui e che sia riuscito a sfruttare al meglio le sue potenzialità.
Forse il mio sangue lo ha aiutato o forse no, ma a me piace pensare positivo e credere che abbiamo apportato un bagliore di luce nelle nostre vite, reciprocamente.
Vi date da fare tutti per gestire i vostri talenti al meglio, però fate più attenzione, soprattutto Lazzaro.
Io capisco il tuo desiderio di riportare indietro chi non ha meritato la propria morte, ma disturbare i defunti è una scelta che porta gravose conseguenze; se all'improvviso iniziassero a girare persone date per morte, la gente comincerebbe a fare domande o ancor peggio ... tratterebbe i redivivi come dei mostri.
Ho letto sul giornale di quel tizio a Roma che si è svegliato durante il suo funerale, sei stato te? In ogni caso ho un'idea, seppur strampalata di come potresti provare a usare il tuo potere.
Io ho scoperto, senza volerlo, di avere una parte attiva che blocca il funzionamento delle cose/poteri/organi e se tu ne avessi una simile per "portare in vita" ciò che io blocco? In fondo il tuo potenziale non è del tutto scoperto, un tentativo sarebbe interessante.
Non so se ricordate le persone a cui ho bloccato l'uso della voce, ultimamente ho scoperto che versano ancora in quello stato ed è diventato un caso di studio; fin troppi laringoiatri e professionisti del settore si sono trasferiti qui per convegni e visite specialistiche, vorrei che Lazzaro venisse a tentare di sbloccarli, poiché nessuna medicina sembra fare effetto e io non ho la capacità di invertire il mio segno.
Deus EX Machina, un carabiniere sotto copertura in mezzo a quella gentaccia? Felice che tu l'abbia salvato, ma magari digli di dimenticarsi il tuo volto, in quel momento capisco l'agitazione e il fatto che te ne sei scappato via senza pensare, ma è molto importante che tu dia quel comando.
Direi che, per ora, dovresti un attimo tenere un basso profilo e nasconderti per un po', magari lontano da dove vivi normalmente, contattami in privato e ti dirò dove alloggiare da queste parti, credimi ... viviamo parecchio distanti e qui non ti conoscerebbe nessuno, valuta tu la proposta.
La soglia, ti do il benvenuto tra di noi, potere senza dubbio interessante il tuo, ma non ho ancora ben capito come funziona, sei tipo il bambino di "Il sesto senso"? Non ti sto offendendo, è solo per capire.
Se scrivo questo post è per dirvi di badare bene a usare i vostri talenti, perché qui quelli che conoscevo sono stati prelevati da qualcuno (probabilmente gli stessi che hanno preso Max Steel), e di certo io non considero un bene lo sparire nel nulla da un giorno all'altro.
Per ora sembra che mi sia salvato, credo perché non abbia più fatto uso dei miei doni, ma chissà se QUANDO succederà ci sarà qualcuno pronto a stordirmi con un taser, sono pressoché certo che si verificherà un evento simile, lo percepisco dentro di me; noi umani abbiamo un innato istinto di sopravvivenza, i libri che ne parlano hanno pienamente ragione.

Godetevi la vostra esistenza, aiutate il prossimo, ma ... con discrezione, non tutti ci accoglierebbero nelle loro case se sapessero ciò di cui siamo capaci.

mercoledì 26 marzo 2014

La Luce dei Defunti

Sono molto più emozionato, che spaventato. Ho passato gli ultimi giorni a sperimentare i miei poteri, e oggi sto provando qualcosa di completamente nuovo. Sembra che sia diventato una sorta di trasmettitore per le anime dei morti.

Computer e webcam accesi, riprendo ogni cosa, in una sorta di folle diario, senza sapere se avrò mai voglia di mostrarlo a qualcuno. Prima inizio con i qualcosa di facile, nonni, zii... Niente. Poi un amico, morto a causa di un incidente d'auto, qualche anno prima. Appare di fronte a me, guardandomi con aria di rimprovero. Chi viene da me sembra voglia farlo per un motivo.

Mi concentro su una porta che si apre, come il nome che mi sono scelto, e aspetto. Di lì a breve vedo un volto, un bambino. Avrà circa sette anni, i capelli neri, lo sguardo spaventato. Le mani gli tremano. Gli dico di non andarsene, di avvicinarsi e dirmi cosa vuole. Apro gli occhi e sono di nuovo nella stanza, con la luce azzurrina del portatile che illumina entrambi. Tendo la mano verso quell'anima e al momento del contatto vedo una grande casa. Sono ai piedi delle scale e osservo un uomo scenderle con passo lento e soddisfatto. La mano destra è sporca di sangue, sulle nocche, ma lui non sembra preoccuparsene. Non mi vede, anzi, mi passa attraverso, come se il fantasma fossi io. Il bambino è accanto a me, adesso sento chiaramente la sua voce nella mia testa: “Lo fa da sempre...”. “Cosa?”, chiedo, ma so che è una domanda retorica. “Quello che pensi. Va avanti da quando avevo 4 anni. Non riuscivo a credere che mio padre potesse fare una cosa del genere... I padri dovrebbero voler bene ai figli, non è vero?”. La domanda resta sospesa nell'aria, e io non so cosa rispondere. Qualunque cosa sarebbe sciocca a dirsi. “Dov'è tua madre”, invece gli chiedo. “Lei non c'è mai, quando succede. Ho provato a dirglielo, ma lei mi ha detto di smetterla di dire bugie, che le ferite sul viso, sulla schiena, sulle gambe, me le procuro da solo. Perchè sono geloso che lei abbia trovato un uomo così disponibile ad occuparsi di una ragazza madre, senza chiedere niente in cambio. Cerco di metterla contro di lui, perchè sono egoista... Mi urla contro ed io piango”. “Cosa vuoi da me?”, gli chiedo. “Voglio darti qualcosa... Questo”, e apre la mano. Vedo una luce brillare come il sole, e ripenso ad un vecchio libro, letto parecchi anni prima. “La luce dei defunti”, diceva l'autore. Ma a me sembra qualcosa di differente, è ipnotica, possiede una energia che non riesco a spiegare. E' il suo dono, mi dice quasi implorante. Fatico a tenerla, mi fa paura, eppure non riesco a fare a meno di sentire il suo canto. “Sembra la voce di Dio”, dico con un fil di voce, e la scena cambia quasi subitaneamente. Il mio studio, ancora il mio computer con la telecamera che riprende, mentre adesso quella luce irradia tutto il mio corpo e sembra urlarmi tutto il dolore che quell'anima ha provato in quegli anni, le ossa spezzate, le labbra livide... Nessuno che lo abbia mai ascoltato, nessuno che ne abbia avuto pietà.

Non riesco a fare a meno di piangere, e fra le lacrime, l'occhio cade su un articolo di giornale, un trafiletto, una storia, minuscola come il suo protagonista: “Muore cadendo dalle scale. Si chiama Luca il piccolo che inavvertitamente, ieri notte è precipitato dalle scale, mentre scendeva in cucina per bere un bicchiere d'acqua. I genitori lo hanno ritrovato il giorno dopo, con il collo spezzato ed il volto tumefatto. Al momento la polizia ritiene che si tratti di un incidente domestico”.

La polizia ha ragione, bisogna cercare la soluzione più semplice. La legge deve pensare ai vivi, non può risolvere i problemi dei morti. Quello spetta a me. Leggo l'indirizzo, guardo le foto sul giornale. Devo controllare, studierò le mie prede, non lascerò nulla al caso. E fra qualche giorno saprete cosa ho deciso: saprete quanto oltre “La Soglia” sceglierò di spingermi.

martedì 25 marzo 2014

LA PROVA

Quando Puffo e io apriamo la porta del garage, ci travolge una zaffata aspra e marcia.
«Te lo dicevo che non lo uso mai,» si scusa Puffo.
«Dio santo, ci nascondi i cadaveri?» esclamo col naso tappato.
«Scusate, Vostra Altezza!»
Prima di farla pagare a Katia, ho pensato, devo trovare un luogo dove sperimentare il mio potere, non posso andare da lei rischiando di evocare di nuovo il leone. È vero che mi sta sulle palle, ma da lì a bruciarla viva c’è un bel salto. Così Puffo mi ha detto di quel garage sempre vuoto – lui la macchina non ce l’ha, la proprietaria di casa abita sui colli e non andrà certo a riporre l'auto lì.
«Pensavo,» continua Puffo, «che potremmo comprare degli estintori, ne ho visti alcuni piccoli da quindici euro!»
«Grazie che mi aiuti così, sei proprio un amico!»
«Beh, alla fine, finché non bruci tutto, è divertente,» ridacchia, «potrei diventare il tuo Archimede!»
«Chi?»
«Archimede Pitagorico, l’aiutante di Paperinik!»
Inarco un sopracciglio scettico. «Allora vedi di inventarmi qualche super-arma!»
«Un costume va bene lo stesso?»
Con un sorriso, lascio cadere la conversazione: malgrado la mia ostentata positività, sono profondamente angosciato.
In negozio, Katia mi pressa da morire, confabula continuamente con la store-manager: in qualche modo il suo istinto sa che l'incendio è stata colpa mia.
A casa, invece, A. sta fiutando l’aria di mistero e omissione che mi circonda giorno dopo giorno. «Dove sei stato oggi?» e io lì a inventare scuse. Ma come faccio a dirglielo? Se avesse paura di me? Chi vorrebbe mai stare con uno così, uno che non so nemmeno come definire (un super-eroe – certo, come no –, un mostro, uno scherzo della natura)?

Diversi giorni dopo, il garage è pronto, pulito e coi suoi dieci estintori rossi.
Al di là della questione del controllo, che devo assolutamente risolvere, c’è un altro aspetto che mi stuzzica: quante creature posso evocare? All'inizio pensavo fosse solo il lupo, poi è arrivato anche il leone. Quante saranno in tutto?
Ho portato con me delle immagini, visto che la prima volta il lupo è apparso in seguito a un input visivo. Le foto sono di creature mitologiche assortite e sì, lo ammetto, ce n'è qualcuna di Final Fantasy. Oh, metti che riesco a evocare Bahamut o Anima …!
«Ok,» esordisce Puffo, «vogliamo cominciare? Se finirò arso vivo, mi avrai sulla coscienza.»
«Ci ho già pensato, evocherò questo!» e gli mostro l'immagine di un piccolo coniglietto blu che tutto sembra tranne pericoloso. Mi concentro, cercando di richiamare al mio fianco quella presenza paffuta e zuccherosa.
Cinque minuti dopo sono ancora lì, in piedi, col foglio davanti alla faccia, lo sguardo contratto come se stessi al cesso. Del coniglietto neppure la minima traccia.
«Merda!» lancio via i fogli; le figure volteggiano per la stanza – unicorni, chimere e spettri neri. «Questo cazzo di potere fa come gli pare! Come faccio, se non riesco a controllarlo?»
«Dai, è solo la prima prova!» cerca di tranquillizzarmi Puffo.
«No, è inutile,» continuo a gridare, «vanno e vengono come vogliono, non ho nessun controllo, non ce l'avrò mai! Sono una cazzo di bomba a orologeria!!!»
Con le dita tra i capelli, scoppio in un pianto isterico. Prima o poi metterò in pericolo anche A., basterà un litigio e poi …! Devo lasciarlo, tenerlo lontano da me, tutti dovranno stare lontani da me!
Travolto dall'angoscia, quasi non sento la voce di Puffo che mi chiama. Mi guarda e indica qualcosa alle mie spalle.
Quando mi volto, non ci sono coniglietti né lupi o leoni di fuoco. Dietro di me fluttua alto e nero uno spettro, il volto nascosto dal cappuccio e le lunghe braccia grigie e scheletriche. Un misto tra un Nazgûl e un Dissennatore.
Lo spettro mi fissa dal buio del suo cappuccio e io lo fisso a mia volta. La riconosco subito, la zona più oscura e nascosta dell'animo, quella che tormenta fino alla disperazione, fino a spegnere persino la luce del sole.
La riconosco subito, l'ho già combattuta altre volte. E so che posso domarla.

 Che cominci l'allenamento.

lunedì 24 marzo 2014

Arrivederci e grazie per tutto

A quanto pare la mia avventura con voi si chiude con questo post. Non posso raccontarvi quello che è successo: è già tanto che mi abbiano lasciato scrivere un post di saluti. Ci tenevo a ringraziarvi per il sostegno. È stato grazie a voi se sono riuscito a cavarmela in questi pochi mesi ed è stato grazie a questo blog se mi hanno trovato e offerto il mio nuovo lavoro.

Ok, ho detto già troppo.

Però che le mie strane tracce verranno cancellate lo posso dire. In questo modo metteranno al sicuro la mia famiglia (o saranno gli unici che potranno usarla per ricattarmi). Devo trasferirmi, altrimenti altri potrebbero trovarmi. Mi dispiace lasciare la mia casa, la mia famiglia, i miei amici, ma devo ammettere che una scelta obbligata è più facile da prendere.
Però lasciare casa mi fa male. È come se dovessi dire addio a una parte di me.
Quanto sto diventando sentimentale e mieloso. No, basta così! Ciao casa, grazie per avermi accolto, ma devo andarmene. Punto. Finito.

Mi chiedo chi troverò e se troverò qualcuno di voi a farmi compagnia in questa nuova avventura. In fondo sarebbe un po’ presuntuoso pensare che, di tutti i poteri che si sono manifestati qui dentro, questi hanno bisogno solo del mio. Potere che, tra l’altro, è rimasto influenzato dall’incidente dell’ospedale: ora posso annullarlo semplicemente pensando a lui. Ora è quasi più difficile il contrario: non è facile non pensare a qualcosa e, se penso al mio potere, questo si annulla e torno grande. Però mi sto esercitando e ne ho quasi il controllo totale.

Ok, ci sarebbe un mucchio di cose che vorrei ancora raccontarvi, ma è scaduto il tempo. Chiudo la valigia e parto. Chissa se mi lasceranno leggere ancora il vostro blog.

Spero di cuore che anche voi abbiate fortuna.

Max.

venerdì 21 marzo 2014

LUCI LONTANE



È tempo di partire…

Il molo è una lingua di cemento che si allunga dritta sul mare, le pietre ammassate ai fianchi per frangere l’onda sembrano praline di gigantesche nocciole.
Guardiamo le luci delle navi al largo e il mare che imbrunisce di pari passo con il cielo. A sinistra sfocia il fiume; quel particolare dà il nome all’intero tratto di spiaggia e io so che a mettersi lì con la canna da pesca, proprio sotto il cartello di divieto, si prendono delle belle orate. Più in là lo sfavillio dei lampioni al porto segna il confine per una primavera lontana dal punto in cui sediamo.
«Giocavamo a pallone su quella spiaggia, insieme. Un pallone di gomma che se lo portava via il vento prima ancora di calciarlo, e quando riuscivi finalmente a tirare non potevi mai sapere che direzione prendeva.»
Jessica si volta a guardare e il vento le sospinge i capelli sugli occhi. «Un gabbiano!» Dice, riportando lo sguardo su di me.
Io sorrido appena: «E come lo acchiappo un gabbiano!»
«Allora una formica, una mosca, qualcosa, qualsiasi cosa!» La sua voce si alza a ogni parola, ma non va molto più in là perché il vento carico di salsedine le respinge indietro. Alle nostre spalle c’è un vecchio faretto che non funziona, un misero cilindretto tutto ruggine di nemmeno tre metri d’altezza.
Rientriamo passeggiando, io le tendo la mano, ma lei si caccia le sue nelle tasche del giubbotto. A ogni passo noto le chiazze sul cemento lasciate dai calamari pescati la notte: si usano delle luci per ingannarli e farli venire a galla.

«Sei sicuro? Non mi dici bugie?»
«Potrei mentire su una cosa del genere?» Quelle parole mi vengono fuori quando siamo seduti in macchina di fianco al cimitero, il tergicristallo scaccia la pioggia dal parabrezza come impazzito. Sono poche parole, ma sono le più efficaci, se non per convincerla del tutto almeno per assecondarmi.
«Non posso mostrartelo: se resuscito qualcosa, poi devo attendere del tempo affinché il potere si ricarichi.»
Non dice niente. Apre la portiera ed esce fuori in mezzo alla pioggia. Io spengo il motore, recupero gli attrezzi dal cofano e le porgo l’ombrello, ma le sue mani rimangono dentro le tasche.
C’inoltriamo in un boschetto d’eucalipto che fiancheggia il cimitero, un groviglio di alte fronde che stormiscono nel buio mentre il vento muggisce in mezzo ai tronchi. Il terreno fangoso e ricoperto d’erbetta fradicia, s’alza e s’abbassa come un’onda che si abbatte sul muro di recinzione facendo in modo che si possa scavalcare agevolmente. Quando siamo dentro le nostre torce fendono gli spazi tra le tombe, il marmo lucido di pioggia amplifica la luce spedendola in ogni direzione.
“Sento” i visi nelle foto, percepisco i loro occhi mentre rivoli d’acqua colano sui vetri dietro i quali si nascondono. C’è la foto di una bambina e io non posso fare a meno di fermarmi a guardarla: si chiamava Grazia, nel suo mezzobusto indossa il grembiulino rosa della scuola con un gigantesco fiocco giallo sotto il mento.
«Non puoi riportarli tutti indietro.» Mi sussurra Jessica, mentre io sto fermo a fissare la tomba e su di noi piovono scudisciate d’acqua. Afferra la mia mano e mi conduce sul vialetto di ghiaia che porta alla zona degli alti muri con i loculi impilati uno sull’altro.

La polvere di marmo si è impastata con l’acqua sulle mie braccia, le urla roche sono state annegate dalla pioggia che mi precipita in gola mentre rivolgo il viso al cielo tra il balenio dei lampi. Jessica piange, ma nella furia dell’acquazzone non riesco a scorgere le sue lacrime, le labbra le tremano incontrollate e stanno diventando viola.
«Torna in macchina!» Le grido lanciando le chiavi e cercando di soverchiare il fracasso del temporale «torna in macchina!»
Ha un attimo di esitazione poi scappa a correre nella direzione opposta e l’ultima cosa che vedo è il cappuccio del suo giubbotto che balla sulle spalle.

È tempo di partire. Eccomi DEM: sto arrivando.

giovedì 20 marzo 2014

Gli errori si pagano

Gli errori si pagano. L’ho capito ieri sera. Sono stato troppo superficiale, arrogante, e solo perché avevo un superpotere.
La verità è che sono un coglione, e qualcuno rischia di morire per questo.
Ricapitolando, nel post precedente avevo detto di essermi liberato per sempre dell’organizzazione criminale che mi pedinava.
Ieri sera ho scoperto che mi sbagliavo: torno da una cena a casa di amici, chiudo la macchina, e all’improvviso vedo le stelle e poi l’oscurità assoluta.
Rinvengo in un capannone vuoto, illuminato da tre riflettori fotoelettrici puntati su di me. Ho un dolore pulsante alla testa e sono seduto su di una scomoda seggiola di plastica con le mani legate dietro la schiena. Attorno ho una dozzina di brutti ceffi. «Buonasera signor XXXXXXXXX.» dice il tizio che ho di fronte a me.
«Ci conosciamo, per caso?» gli chiedo, cercando di sembrare spavaldo.
«É riuscito a mandare a puttane un carico di sei milioni di euro, il mese scorso.» risponde il tizio.
«Mi scusi, deve avermi scambiato con qualcun altro.»
«No.» risponde questi, con il mio cellulare stretto in mano «Ti hanno visto parlare con i nostri uomini prima che la dogana sequestrasse tutta la droga. Abbiamo controllato: non sei uno sbirro, eppure sei riuscito a infiltrarti nella nostra organizzazione. Ora tu ci dirai per chi lavori e come hai fatto.»
Sudo freddo. Non potevo dire la verità, primo perché non mi avrebbero creduto, secondo perché – ipotesi peggiore – avrebbero potuto credermi, e allora vi avrei condannati tutti, Sybil, Max Steel, Portatore di luce, Lazzaro.
«Sono molto convincente.» rispondo da vero idiota.
Un cazzottone allo sterno. Me lo meritavo: porca miseria, non eravamo in un film, ma che credevo di fare? Il tizio mi afferra la faccia e mi ringhia addosso queste parole: «Con chi credi di parlare, eh? Ti faccio un buco in testa e ci piscio dentro hai capito?» Tira fuori una pistola e me la punta in fronte. «Canta, stronzo, chi cazzo sei?»
«D’accordo» rispondo, mentre la vescica mi si riempie. Chiudo gli occhi, mando il cervello in automatico e lascio libera la mia parte oscura, che il Signore mi perdoni. «Ammazzatevi tra di voi, stronzi.» urla un altro me stesso.
Mi butto a terra con tutta la sedia, mentre sopra di me si scatena la mattanza.
Quando tutto finisce ancora mi fischiano le orecchie. L’odore di polvere da sparo impregna l’aria. Apro un occhio e vedo un cadavere a pochi centimetri dalla mia faccia.
Mi rimetto in piedi e constato il massacro: dodici cadaveri sono sparsi attorno a me. Solo tre erano armati di pistola, gli altri stringevano tra le mani coltelli insanguinati e tirapugni. Un riflettore si è rovesciato senza spegnersi, mentre un altro è stato spento da un proiettile vagante.
Con fatica mi libero, rischiando anche di slogarmi un polso, e mi metto la corda in tasca. Inizio a cercare l’uscita quando un colpo di tosse rischia di farmi venire un infarto.
Nella semioscurità uno dei criminali si muove e farfugliava qualcosa. Non so perché mi avvicino. Appena sono abbastanza vicino rischio un secondo infarto: «Brigadiere…» dice.
Una mano gelata mi passa sulla schiena.
«Cosa?» chiedo con voce strozzata all’uomo a terra, con un bel foro nello stomaco. «Sotto copertura…» risponde.
Ripeto la domanda usando il potere della Voce: «Dimmi la verità: sei veramente un carabiniere in missione?»
«Sì.» risponde lui tossendo sangue.
Mi metto le mani tra i capelli. Oddio, che avevo fatto?
Dovevo salvarlo, a ogni costo. Mi riprendo il cellulare, inizio a comporre il numero del  118 ma mi fermo. Prendo un fazzoletto di carta, afferro un cellulare da un cadavere e chiamo i soccorsi con quello, camuffando la voce. Poi scappo di corsa. Non ho mai smesso di piangere nel frattempo.
Stamattina i giornali parlano di un regolamento di conti. Non si fa cenno al carabiniere. Se fosse morto i giornali lo avrebbero riportato subito, quindi è ancora vivo.
Devo salvarlo, ma è un compito che travalica i miei poteri. Ho bisogno di aiuto.

Lazzaro, ti prego, ho bisogno di te, contattami.